La famiglia – Intesomale – Bamboccioni, Figli, Pensioni

È inutile raccontarsi delle palle, una famiglia è sempre una situazione di compromesso, solo che, a differenza di tanti altri compromessi, ci sono sempre dei membri a cui esso viene imposto senza che abbiano diritto di opporvisi, e questi membri sono i figli… alla mia generazione viene spesso rinfacciato il fatto di voler conservare, fino a età imperdonabili, il ruolo di figlio.

Beh, questo ovviamente è stupido, perché la verità è che viviamo in un contesto sociale che definisce i confini stretti delle possibilità e il poco spazio di manovra quando siamo ancora aspiranti spermatozoi… se qualuno mi avesse spiegato com’è il mondo prima che io venissi alla luce, probabilmente avrei scelto di non nascere, ma non per un’amara riflessione sulla condizione umana, quanto per un più storico giudizio di valore sul periodo che mi è toccato. Perché la verità è che esiste un’assoluta incomunicabilità fra le generazioni, e i genitori, per definizione, non sono e non saranno mai in grado di parlare la lingua dei figli, né i figli avranno il diritto di aspettarselo, che diamine… in fondo sono venuti dopo. [Indizio 3]

Al di là della banalità di questa considerazione, penso si possa dire, senza grossi tentennamenti, che la mia generazione viva in un vuoto pneumatico di valori. Noi siamo i figli dei nati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, e anche quelli tra noi che si sono sposati, hanno iniziato a lavorare presto e hanno cercato un’indipendenza, di fatto non l’hanno trovata. Non abbiamo ben chiaro come riscattarci, e da che cosa. Difficile ribellarsi a famiglie che hanno vissuto il boom dell’economia e delle libertà farlocche ed elementari, quando al mondo c’erano tre miliardi in meno di culi da pulire strappando fogli di carta igienica agli alberi. Conosco, fra i miei coetanei, uffici stampa, responsabili marketing, assistenti di direzione di grandi aziende italiane e multinazionali che guadagnano un quarto di quanto avrebbe guadagnato una persona per far lo stesso lavoro vent’anni fa, e un decimo dei loro diretti superiori. Per questo mi irrito quando le teste di cazzo vengono qui a dirci: svegliatevi, cambiate il mondo.

La cosa buffa di tutto questo, però, è che nessuno lo dice mai, ma la grande svolta socio-economica della mia generazione consiste nel fatto che noi il mondo non lo cambieremo mai, e per due precisi motivi. Il primo è che non ne abbiamo gli strumenti: siamo in una trappola perfetta, per liberarci dovremmo forse rifiutare il denaro e andare a vivere nella casa sull’albero, perché la cabina di pilotaggio è chiusa, sigillata, e non ci entreremo mai. Il secondo, ancora più interessante, è che per la prima volta nella storia si è creata una generazione di disoccupati benestanti, e questo dipende dal fatto che il nostro stato sfrutta le famiglie, e tenta di garantire la solidità economica del nucleo familiare d’origine tutelando i cinquanta-sessantenni, ormai improduttivi perché di fatto obsoleti, in modo che questi mantengano i figli oltre all’età in cui sarebbe naturale farlo.

E i disoccupati benestanti sono, tra l’altro, disoccupati benestanti occupati, perché lavorano, venendo retribuiti di rado, e molto poco, per mantenere funzionanti e il più possibile attuali le realtà produttive che, nominalmente, sono affidate alla generazione di coloro che non sanno cos’è un database, non sanno programmare nemmeno un script di mailing e quando parlano inglese sembrano Totò a Milano… una buffa rete di paradossi che probabilmente dipende, in ultima analisi, dalla necessità di evitare che i sessantenni vadano in pensione, perché lo stato non ha di che pagarli.

In sintesi, ho sempre pensato che la struttura domestica, patrilineare e tremendamente resiliente della famiglia italiana dipendesse dalla Chiesa Cattolica. Mi sbagliavo: dipende dallo stato delle finanze dell’INPS.