[scrive per noi] – datsuraku – non dormire

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Mi volto e li guardo.

I rumori altri sfocano intorno, mi concentro su loro. È troppo presto, forse non ho capito. Il cranio a quest’ora ancora sta a legare e recidere ciò che più lo squassa. Ma quello che vedo è un’espressione sempre più incredula, poi subito indurita, a celarla. Il marinaio sta in piedi e lo scuote, dalla spalla. Poi dal volto.

In questa città che galleggia da più di un millennio, i mezzi pubblici sono i battelli, le fermate dei pontili, il personale governa e ormeggia con comodità. Sono le sei di una mattina primaverile gelida, ventosa, aggressiva. Il battello si ostina a non coricarsi sull’acqua, e io devo prendere quel treno che mi porterà a tre mesi d’estate a mille chilometri da qui, a casa. Sono stracarico come un mulo.

“Ti ho detto che è freddo, chiama subito una pattuglia!”

Quello della stazione è il pontile di capolinea, il battello si deve svuotare, noi quattro cani bagnati coatti a questa crociata contro l’alba cominciamo a defluire pigramente. Io e tutta la mia roba siamo i penultimi, poi c’è quell’indiano/pachistano/bengalese con cui sono stato seduto, in fila dietro di me. Di quelli che vendono rose e cinesate alle migliaia di turisti che passano da qui ogni giorno. Di quelli con gli stessi identici tratti nostri, ma con quella bellissima carnagione scura. Ah no, non c’è. È rimasto lì seduto, testa bassa, a sonnecchiare. Per un bel tratto gli ho anche fatto concorrenza.

Riascolto bene le parole che mi continuano a rombare nel cranio, le soppeso e le rifiuto. Il marinaio, dopo aver fissato le gomene per l’ormeggio, s’è messo a urlare col suo pesante accento nordico a tutti i ritardatari e gli assopiti di scendere, capolinea.

Sono ormai sul molo. Mi volto e li guardo. Vedo un dipendente dei trasporti pubblici che ha perso la sua strafottenza mattutina negli occhi, un uomo arrivato al capolinea che non li riaprirà più.

Corriamo sul nostro treno per eludere la morte.