La famiglia – Redpoz

Arrivo in studio e mi trovo una nuova pratica sulla scrivania: fratello, sorella, genitori malati da accudire; uno fa tutto e perde soldi e salute, l’altro nulla. Danni, causa. Dio!, perché devo esser io ad iniziare questa guerra? Mercenario che sono.
Ne ho viste abbastanza ormai: si sposano, si odiano, si separano, divorziano, si fanno la guerra per anni. In tribunale, ovviamente.
Oppure (variazioni sul tema): non si sposano, fanno un figlio, si odiano, si fanno la guerra per anni.
Oppure: sorelle, genitori malati, guerra per l’assistente di sostegno, guerra per l’eredità.
Potremmo continuare a lungo, la casistica è varia.

Ma di cosa stiamo parlando? Famiglie felici? Sì, ne ho viste anche io. A corrente alternata.
Forse, intanto, invece che scaricare la felicità su un’istituzione che ha tanti fondamenti, ma la felicità proprio no, dovremmo declinarla a momenti. “Momenti felici”, questo sì può avere ancora un senso.
Se dopo riuscite ad ottimizzarli nella famiglia, se convivere, condividere le vostre esistenze con qualcuno vi dona più momenti felici di quanti non avreste altrimenti: bien joué. Cos’altro volete che vi dica? Chapeau.

Secondo me la famiglia funzionava quando gli individui erano immersi in una morale rigida, rigorosa, inflessibile. Una morale di responsabilità, di impegni indissolubili, di ob-ligazioni (essere legati). Insomma, in un tempo “mitico” quando per necessità o scelta si teneva unita questa istituzione a qualsiasi costo (circa). O, meglio, quando qualcuno teneva in piedi questa istituzione a qualsiasi costo (donne, per lo più). Forse perché non c’era alternativa.
Oggi? Oggi le alternative ci sono e spesso tenere assieme quello che si sta rompendo richiede uno sforzo molto maggiore che lasciarlo andare.
Ma se siamo in una società liquida, allora voglio anche la “famiglia liquida“. Gli amori, le unioni, vanno e vengono: inutile allora cercare di tenerli fermi che poi si arriva ad odiarsi.
Ricordo che un’amica americana mi raccontava scandalizzata dell’approccio dei danesi alle relazioni affettive, al matrimonio: si amano; si sposano; hanno un figlio; divorziano; lo allevano in affidamento condiviso; si risposano con altri; restano amici. Lei me lo raccontava come se sentisse sgretolarsi sotto questa fragilità dei rapporti l’intero fondamento della società; come se tutto diventasse precario. Io l’ascoltavo pensando: “se restano amici, se restano sereni, se i figli crescono bene è meglio così“. Anzi, dirò di più: il vantaggio non deve essere assoluto, ma comparato. Se restano più amici, più sereni, se i figli crescono meglio che tenendo assieme un’unione morente, meglio così.

No, non voglio PACS, unioni civili o bazzecole simili che poi sotto i nomi nulla cambia. Facciamo i “matrimoni a tempo determinato”: guarda, cara, ti sposo per i prossimi cinque anni. Poi si vedrà. Li proponeva già Goethe in un suo libro! (E’ stata ripresa anche in Germania ed in Messico)
Va tutto bene, ottimo: rinnoviamo il nostro amore e via. Non funziona? Bene, tiriamo a campare qualche anno eppoi ciao, non è stato bello ma almeno non ci siamo accoltellati nel sonno.
Leggerezza. Se proprio non vogliamo esser “liquidi”, almeno questa.
Intanto, non aspettarsi nulla: raccogliere la sfida e accadrà quel che potrà. Certo, mi ripeto, se mi sentissi il fardello sul collo di una scelta finché morte non vi separi, dubito avrei la leggerezza necessaria: poi meriti e colpe si accumulano -soprattutto le colpe-, cominciano a pesare, a costruirci un passato, una storia da cui non riusciamo più scappare. Li abbiamo sentiti tutti: “Ma tu, quella volta…” “E tu, quindici anni prima….“.
Ma, se vi sentite tanto bravi, provateci. “Siamo un’altra cosa, noi“, eh, già. No, dico sul serio: provateci. Magari ci riuscite pure. Mandatemi una cartolina. Però ne voglio una all’anno, a vedere le maschere che si stratificano.
Ma, e qui vi voglio, se non ci riuscite, dopo non venite a rovinare l’esistenza ad avvocati, giudici, cancellieri di tribunale (sì, in questo momento mi fan pena anche loro), assistenti sociali, amici, parenti vicini e lontani. Aboliamo il divorzio, reinstituiamo il duello!

In fondo, se ricordo bene, Lévy-Strauss racconta come certe tribù del Brasile (in beato isolamento) abbiamo sviluppato dei sistemi per regolarizzare le relazioni affettive in modo radicalmente diverso: dei modelli di organizzazione sociale con fondamenti differenti dai nostri, senza pretesa di eternità, più limitati nel tempo e focalizzati principalmente sull’allevamento della prole. Accade anche in Africa d’altronde.
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La verità, per come la vedo io, è che non funziona così: non puoi vivere con leggerezza, con flessibilità, senza pretese né aspettative una cosa che per sua natura è rigida, foriera di aspettative, di desideri impliciti.
Pensateci un istante, cosa vi aspettate -cosa pretendete- quando formate una famiglia? Solidarietà (anche economica); stabilità; unità; monogamia…
Questa non è “leggerezza”: come fai a pensare che sia una “sfida” quotidiana, una possibilità, un’eventualità positiva o negativa, quando hai promesso davanti a dio, quando hai sottoscritto un atto civile accompagnato da tutte le pesanti conseguenze?
Perché dovresti pensare ad una sfida, ad un impegno costante e dai risultati incerti, quando hai fatto quelle promesse proprio per aver certezze, avere delle sicurezze affettive ed economiche a rassicurarti per i giorni a venire?
In fondo, quando ci si sposa, la promessa è “amarti… finché morte non ci separi“: prometti amore, mica l’impegno a qualcosa. La promessa è un’aspettativa di riuscita, l’impegno implica in sé anche la possibilità di fallire.
E, per inciso, tutto questo vale allo stesso modo (se non di più) in ogni rapporto familiare: fra fratelli; figli-genitori; zii-nipoti…

Sarò ripetitivo: preferirei di gran lunga un impegno vero ad una promessa che, comunque vada, sarà sempre falsa.
Falsa, perché prescrive fatti per un futuro del quale non sappiamo nulla.

In realtà ora sarei curioso di alzare il telefono e chiamare Roman e chiedergli come va la vita.
Roman, brutto idiota d’un kazako, come hai fatto a fidanzarti dopo neanche sei mesi che la conoscevi? E come avete fatto a sposarvi in meno di un anno? Non vi perdonerò mai di avermi fatto rivedere C.; di averci fatto assistere alla vostra sdolcinata cerimonia; di aver appeso palloncini rossi a forma di cuore; di averci fatto sbronzare di vodka al pensiero che l’amore è bello e il matrimonio anche di più…
Ecco, adesso vorrei veramente sapere come state tu e Lisa: la state ancora combattendo la vostra sfida? O quella promessa di eternità ha preso il sopravvento ed avete rinunciato a tutto?