Karibu Tanzania: joint connection

Il fumo alla fermata del bus stasera ha un buon odore. Un odore insolito, avvolgente, morbido, dolciastro, speziato, di fieno bruciato. “Cannella, o forse… chiodi di garofano” direbbe Guccini (no, non “direbbe”: l’ha proprio detto, durante un concerto, decenni fa).
Sappiamo cos’è quell‘odore. Infatti, tutti se ne tengono distanti, lasciando un pò isolati i due ragazzi africani.
Massì, lasciamoli tranquilli!
Mi stupisce solo non passi nemmeno un poliziotto… Bhè, immagino un pò di fortuna ogni tanto non guasti anche per loro.

Non sono mai stato un grand fummeur, però saranno i due ragazzi africani, sarà l’odore “di fieno” (sì, di fieno….), mi richiama alla mente le serate di Arusha. O forse sarà solo che mi sono avvicinato troppo….

Seconda puntata dalla Tanzania!
(la prima la trovate qui- Mt. Meru)
Come ogni “buon” expat nel Terzo Mondo (ma esistono espatriati “buoni”? al massimo, meno cattivi), ho approfittato anch’io della libertà africana offerta dall’assenza di controllo.
Sarà stato per socializzare; sarà che “massì, tanto…“; sarà che D. era proprio carina e se va lei io non posso star qui seduto; sarà che con la birretta Kili ci sta proprio bene; sarà che A. ha fiuto per queste cose; sarà che i nostri amici africani ci hanno invitato e come fai a dir di no?
Loro erano due ragazzi africani, come i ragazzi qui alla fermata, due fratelli (questi? chissà), musicisti, un pò reggae.
Ci appartiamo dal bar, uno dopo l’altro, veramente “antisgamo”… gira un paio di volte ed è finita.
Da qui i ricordi si fanno più confusi (no, non per il motivo che pensate!), gli eventi avvengono rapidamente. Quasi dei flash. Saranno dieci metri, quindici, dall’angolo che ci riporta al bar. Camminiamo. Una macchina arriva dalla nostra sinistra, dritta su noi. Un uomo scende rapido, deciso, ha qualcosa in mano. Camminiamo ancora, ma camminiamo diversamente. V. e B. davanti a me; D. affianco; la birra in mano; A. ed il fratello più piccolo mezzo passo dietro, li vedo con la coda dell’occhio. Nessuno si volta. Camminiamo, senza accellerare, meno decisi ma inarrestabili. Giriamo l’angolo ed entriamo nel bar.

Cosa è successo? “Niente…
Niente un cazzo. Solo dopo un bel pò ce ne rendiamo conto: ne manca uno. E non è andato a pisciare.
A. sbazzica swahili e inglese: polizia. L’hanno arrestato, portato in un qualche commissariato e, a quanto capiamo, menato. Probabilmente per i nostri nomi.
100.000 Tsh per lasciarlo andare, ci fa sapere qualcuno: polizia della Tanzania. This is Africa, baby. 20.000 a testa, dieci euro o poco più. Ma che c’entra: come fai a lasciarlo lì?
Ovviamente non ci pensiamo un attimo, colletta e mandiamo il ragazzo che ci ha riferito tutto a pagare, tutti con un brivido freddo: al suo posto, poteva esserci ciascuno di noi. E nessuno ha veramente voglia di sperimentare le prigioni e gli interrogatori della polizia di Arusha.
Giuristi: è come se vedessi nella testa di tutti scorrere i problemi, le domande, che avremmo dovuto affrontare al suo posto: con che lingua provi a spiegarti? Ti affidi al buon dio e speri capiscano il tuo inglese? E, se anche lo capissero, ti ascolterebbero? Chi chiami? L’ufficio ONU? La sicurezza del Tribunale? Il tuo supervisor, sperando sia sobrio e comprensivo? Chiami a casa? E le celle? L’interrogatorio… svolto come? Avvocato? Manco a parlarne, dai! E che cifra avrebbero chiesto per un mzungo? Eh già, un bianco ha un altro prezzo… merce costosa.

Il ragazzo torna, ammaccato. Gli prendiamo una birra, pacca sulla spalla e lo facciamo sedere. Silenzio attorno a lui. Tutto ok? Diciamo che ne ha viste di meglio, nei suoi occhi non c’è risentimento.
Confesso di aver anche pensato in quei lunghissimi istanti, che fosse tutta una messa in scena (potrebbe essere un caso da teoria dei giochi): con 100.000 Tanzanian shilings un uomo ad Arusha mangia un mese e mezzo, comodo. E’ così, non è così? In verità non lo sapremo mai. E non importa: io gli credo e so che tutti gli crediamo. Vale il discorso di prima: per chiunque altro di noi, forse dieci volte tanto non sarebbe bastato a tirarci fuori.

Fire Road- Arusha

Fire Road- Arusha

Un bel rischio: scampato di un soffio, anzi di un passo. Poche volte come quella sera ho capito il senso dell’espressione “essere nella merda“, quasi tutte quando ero in Africa. Ma questa, questa è un’altra storia.
… to be continued