DEI DELITTI E DELLE PIENE (CARCERI) – E’ INUTILE CHE VIVI FUORI SE MUORI DENTRO

Abito accanto al carcere di Rebibbia da circa sette anni. Prima vivevo al centro, e non mi era mai sorta la necessità si sapere come è fatto un carcere. Sì, certo, avevo avuto modo di osservare, passandoci davanti con l’auto, il più elegante Regina Coeli. Tutti i romani lo hanno visto almeno una volta, da fuori, specchiarsi placido sul Tevere, all’ombra degli olmi. Ma Rebibbia è stato costruito in periferia, solitario, massiccio, mastodontico, muto come un pingue cane docile. Gli abitanti della zona non ci fanno neanche più caso. Nemmeno io. Dopo un po’ diventa un edificio come un altro, un posto qualsiasi, indefinito pezzo dell’arredo urbano, come i lavavetri ai semafori, i barboni sparsi negli angoli dei palazzi, i rumeni che ripuliscono di qualsiasi cosa a loro utile i secchi dell’immondizia, il traffico, la puzza, la merda dei cani sui marciapiedi. Quello che meglio riesce alle metropoli è sfuocare i particolari.
Il carcere di Rebibbia da fuori sembra disabitato, tanto che un sacco di gente, compreso me, va a correre nel grande vialone antistante l’entrata, con la stessa  naturalezza che userebbe se si trovasse in un parco pubblico, o in un bosco. Altri ci portano a passeggiare i cani. Li vedo alzare appena lo sguardo, vaghi, sovrappensiero, poggiano i loro occhi su quelle pareti lisce, sulle torrette d’avvistamento prive degli avvistatori, sulle finestre lucide degli uffici amministrativi. Ci sono persone al di là di quella recinsione in cemento armato, ma se non si vedono, in fondo, è come se non esistessero. Una volta, proprio durante una di quelle corse, vidi i carcerati giocare a pallone sul grande stadio all’interno. Si sentivano urla di tifosi scatenati, e se non l’avessi saputo, non ci avrei pensato che quelli erano prigionieri. Come in quell’altra occasione, in cui montarono un palco e si misero a cantare a turno. Che io l’ho pure pensato che senso abbia simulare la vita in un posto nato per togliertela.
Fuori, la domenica, capannelli di parenti o amici dei carcerati, si assiepano davanti al cancello principale, perché presumo siano consentite le visite. La fila a volte arriva sino alla fine della strada. La maggior parte di loro sono stranieri, ma ci sono anche romani, di quelli che parlano sguaiato e vestono con scarpe fluorescenti e magliette false griffate pacchianamente. I poveri, li chiamavano una volta, quando qualcuno si poneva dei problemi seri e le cose avevano il proprio nome a identificarle, non un eufemismo. A Rebibbia, i poveri sfumano nel paesaggio. Anche loro spariscono nascosti nei chiacchiericci mondani ai quali s’è ridotto il dibattito politico. E non mi riferisco a quello nei parlamenti, ma a quello nei bar.
Questo paesaggio ha ingoiato anche la mia coscienza, è inutile negarlo. Non si è seduta su un divano a ingrassarsi davanti a un programma TV, è vero, ma ha perso la capacità di apprezzare i particolari estraendoli dal contesto, non ha più voglia di combattere i dettagli. Quando passo davanti al carcere di Rebibbia, la sera, preferisco godermi il sole che tramonta proprio dentro la prigione, e condividere con lui la noia che ormai mi dà osservare l’inutile agitarsi dell’umanità.
Poi ieri, tornando a casa dopo il lavoro, noto qualcosa che prima non c’era. Sul muro di cinta qualcuno ha dipinto una frase gigantesca: “E’ inutile che vivi fuori se muori dentro”.
E mi sono fatto più pena dei carcerati.