Détrompez-vous*

Nao_humanoid_robot

Life is what happens while you are busy making other plans”, amici lettori del discutibile e dell’illeggibile. Per questo stamattina, come quando si ha voglia di non far nulla, ho pensato al futuro. E nell’immaginare strade e progetti che si intersecano, ho visto che proprio non lo so fare. Tutto è possibile, mi dico. E il criterio è quel che capita.

Ma non è questo che volevo dire.

Volevo dire che questo esercizio mi ha annoiato perché dalle aziende, al supermercato delle startup, al corso di scrittura creativa, giornalismo investigativo, workshop di copywriting, event management, cose che iniziano con ‘project’ e finiscono con mille altre parole, ti insegnano sempre quello che funziona.

Il post che funziona, il brand che funziona e perché, cosa devi fare affinché questo pezzo funzioni anche se non sta sul pezzo davvero, perché questo libro vende, come mai la giuria ha deciso che funziona.

Il verbo funzionare fa pensare al telecomando, allo stereo, al computer (hardware, per lo più), insomma agli oggetti. Di certo non alla creatività.

Ed è inutile mettere 10 eletti di un master con luci al neon e pareti gialle a fare brainstorming come i polli di allevamento intensivo per tirar fuori il meglio e il nuovo se prima li convincete che devono funzionare. Perché non verrà fuori niente di nuovo, solo automatismi imbastarditi da qualche nozione di scrittura creativa.

Chi decide cosa funziona e cosa no? Ancora una volta e sempre, il successo di pubblico.

E va anche bene che sia così, ma non chiamatela creatività.

Il percorso è di solito il seguente:

Scoperta e realizzazione (immissione sul mercato) del prodotto che funziona –> produzione in serie del prodotto che funziona.

E se solo provassimo a ripensarlo?

Scoperta e realizzazione (immissione sul mercato) del prodotto che funziona –> immediata riconversione e ricerca di altro.

Altro da ciò che funziona è nuovo per davvero! Non sto parlando di sabbia negli ingranaggi, ma di quello che non vedi perché ti incastri dentro agli schemi di quello che c’è prima. Siamo abituati a pensare che l’ispirazione proviene da qualcos’altro che quindi sta cronologicamente (ontologicamente?) prima di noi, ci attraversa e ci volge lo sguardo verso chi/cosa la ha suscitata.
Forse è il caso di cambiare il pannolino all’emulatio e di pensare l’ispirazione come energia pura da coltivare dentro che può prendere forme che ancora non abbiamo immaginato.

Insomma, se non ci si ispirasse A qualcosa, ma ci si ispirasse e basta?

Come tanti altri bambini, mio fratello da piccolo rompeva gli oggetti. Playstation, Nintendo, macchine telecomandate… Con metodo e cacciavite. Io aspettavo sempre il momento in cui, dopo averli fatti in mille pezzi e senza le capacità di ricostruirli, si sarebbe accorto che aveva fatto una cazzata e avrebbe iniziato a piangere disperato volendo giocare con il suo gioco intero. E invece quel momento non arrivava mai, perché la soddisfazione che gli davano i piccoli circuiti non era paragonabile al procedimento meccanico del gioco intero e funzionante.

Indovinate perché oggi detesta ogni indivisibile e sostituibile prodotto Apple?

Ci dicono di avere una visione di insieme, mantenerla sempre, per non perdere l’equilibrio. E invece a volte decostruire le cose ci permette di guardarle a fondo, di scoprire i meccanismi e… cambiarli! Bruciare la chitarra ridimensiona il mito, e dall’America alla penicillina, la grandezza dell’errore è tutto quello che ci resta dopo che abbiamo imparato le regole di ogni sintassi umana.

Se quello che oggi funziona, ricolmo di valori e schemi mentali/sociali sedimentati da generazioni di insegnanti, domani si rompe, forse possiamo trovargli un altro uso. E chiamarla creatività.

*Il titolo proviene dal nome del Festival dell’Errore, un evento parigino che insegna per lo più ai bambini a trattare con la serendipità nella scienza.