Placcare avvocati

Recentemente ho scoperto che l’Ordine degli Avvocati della mia città ha anche una squadra di rugby. Lusso. Così ho pensato di tornare alle vecchie, in-sane, abitudini e buttarmi nella mischia (letteralmente)…
Devo sinceramente dire che quando ho scoperto che giocano “touch” (ovvero, al tocco, senza fare un vero placcaggio) ci son rimasto davvero male. Giocare a rugby senza fare i placcaggi è un po’ come leggere solo le pagine dispari di un libro o, se volete, come far sesso con metà del corpo. Comunque sia, meglio di niente…

C’è qualcosa di veramente bizzarro nel vedere affermati professionisti venire a giocare un sport ritenuto piuttosto “grezzo” come il rugby. Intanto, si assiste ad una trasformazione radicale: il fatto, apparentemente, più banale è come si presentano “Non chiamarmi avvocato e dammi del tu!” dicono imperativamente appena arrivi ancora vestito della deferenza e del rispetto che l’Ordine (sempre con la maiuscola) ti impone nei riguardi dei colleghi (non scherzo: ci sono articoli ed articoli del codice deontologico in merito). Fatto che causa una non secondaria schizofrenia quando incontri gli stessi colleghi-rugbyman in tribunale…
In secondo luogo, abbandonano l’aulica lingua del foro per lasciarsi andare al dialetto. Dialetto che, per chi non lo sapesse, in Veneto è infarcito di bestemmie: praticamente svolgono una funzione grammaticale, consunstanziale al linguaggio al punto che non è veramente possibile mettere in fila quindici parole senza almeno una bestemmia, meglio due (e che non sia la stessa ripetuta!). Pena la totale incomprensione, unita ad un certo sguardo di diffidenza che in genere si rivolge a personaggi “snob”. La scelta si riduce quindi a comunicare per flash entro le quindici parole (cosa che durante il gioco può andare benissimo), o integrare il discorso con una sana dose di imprecazioni.

Queste le premesse.
Personalmente, “forte” della mia stazza che puntualmente mi riserva uno sguardo perplesso e sorpreso quando dico in giro di giocare a rugby, ho sempre giocato ala (consiglio di controllare i ruoli qui). Il ruolo al contempo più figo e più sfigato sulla faccia della terra.
Nei campionati maggiori, l’ala è sempre un mito: l’uomo che s’invola a velocità supersonica sulla fascia, evitando con nonchalance uno o due placcaggi ed andando leggiadro in meta. In qualsiasi altra partita, l’ala è quel tizio mingherlino messo il più lontano possibile dalle azioni per evitare che faccia troppi danni (non riuscendo a placcare dei bisonti, gli avanti) o che si spacchi (venendo investito dai suddetti bisonti, ma la cosa è secondaria): in pratica, non vedrà mai la palla. Salvo qualche rara occasione in cui questa gli arrivi, inaspettatamente dai centri, puntualmente si farà trovare impreparato, arrivando in ritardo e perdendo il pallone con conseguente caterva di insulti.
Insomma, i “momenti di gloria” non son molti.

Vabbè, ora arriverebbe la parte in cui -con abuso d’enfasi- vi racconterei di come invece il sottoscritto ieri sera abbia fatto proprio una bella azione andando in meta dall’ala… Confesso però di aver perso la vena narrativa. E, in fin dei conti, forse non era poi quest’azione così degna di nota. Diciamo che ho preso la palla e son riuscito a passare, ecco.
Miracoli in saldo, a quanto pare: due al prezzo di uno.
Dovevo essere proprio in vena ieri sera (e non avevo ancora neanche una birra in corpo!), visto che dopo mi son pure buttato in una di quelle scene disperate, un po’ gloriose ed un po’ demenziali. La situazione è classica per chi abbia visto almeno un po di rugby: un giocatore attraversa la difesa, creando un buco pazzesco, lasciando i diretti placcatori di sasso e guadagnando comodamente metri e metri verso la meta, a quel punto quasi tutti (specie nelle partite amichevoli) rinunciano al disperato inseguimento e aggiornano pacificamente il tabellone del punteggio, accompagnandolo dal grido machiccelofafare di “lasciatelo andare!“.
Quasi: c’è sempre il mona di turno che pensa bene di farsi l’inutile sgambettata solo per dar fastidio: fatica inutile, ovviamente, visto che recuperare è impossibile.

Ecco, il mona prenotato per la serata evidentemente dovevo esser io. Palesemente, far meta mi deve aver fatto male. Lui passa dal centro del campo, io lo vedo dall’ala (e già son 15-20 metri in più in diagonale) e gli corro dietro.
Manco fossi allenato. Manco fossi veloce.
Non so come, gli arrivo senza fiato quasi alle spalle, lui sente che ci sono: accelera e accelero anche io, allora rallenta per fare una finta, io lo giro e mi piazzo di fronte, aspettando il suo movimento, lui finta e quasi mi beffa. Inciampa e scivola: penso “è fatta, ora è mio: basta allungare le braccia“. E scivolo anche io, proprio mentre lui si sta rialzando. Penso “ora son veramente fottuto“. Ma son scivolato bene, comodo per rialzarmi di scatto e ce l’ho ancora di fronte. Tanto vale: touch o non touch, mi ci butto addosso. Due mani, placcato. “Tieni, stronzo!” penso fra me e me. Ecco, adesso loro sono a ancora a tre metri dalla nostra linea di meta. Ancora. Tutti a posto e pronti a ripartire. Per fortuna sono all’ala, dovrei aver tempo di rifiatare.
E intanto riportate indietro il tabellone del punteggio, stronzi.