valori bonsai

Fra le varie fortune che posso dire d’aver avuto in vita, dovrei senza dubbio menzionare anche quella di avere un padre poliedrico nei propri interessi. Fra questi vari interessi che si susseguono a corrente alternata, uno che sta tornando in voga dopo gli anni della mia infanzia è quello per i bonsai.
Il bonsai, per chi non li conoscesse, è una forma d’arte giapponese consistente nel realizzare un albero (o una composizione di alberi) in miniatura. Come tutte le arti giapponesi, è intrisa di complessi canoni estetici (apice, fronte, rapporto pieno/vuoto… anche qui) e ricca di stili differenti (eretto formale, eretto informale, a cascata, bi-tronco, boschetto…). Canoni e stili che sarebbe troppo complesso riportare qui anche solo in sintesi (rimando a wikipedia).

In ogni caso, specie da piccolo e nonostante la continua minaccia rappresentata dal rischio di distruggere un vaso con una pallonata (con gravi conseguenze), la presenza dei bonsai in casa è sempre stata un fatto particolarmente piacevole. Potrei arrivare persino a dire di aver sviluppato negli anni una sorta di affetto per alcune di queste piante, come il boschetto di zelkove o la vecchia articolata zelkova che purtroppo ci ha lasciato alcuni anni fa. Devo anzi ammettere che quella morte fu quasi un lutto e arrivai veramente a capire quell’affermazione per cui in Giappone “i bonsai sono un membro della famiglia“: quella pianta era con noi da decenni ed è più vecchia di noi tutti… insomma, era impossibile non sviluppare un particolare attaccamento nei suoi confronti, riservarle cure ed attenzioni, sentirla come una parte integrante della famiglia.

Tempio della Letteratura - Hanoi

Tempio della Letteratura – Hanoi

Anche negli anni successivi, questo interesse per i bonsai, sebbene trasmessomi solo in piccola misura, ha sempre giocato un ruolo curioso: come quando a Ho Chi Minh City abbiamo passato un intero pomeriggio sotto la pioggia per fotografare tutti gli splendidi esemplari del parco, come ad Hanoi dove al Tempio della Letteratura non ho potuto fare a meno di osservare ammirato quegli alberi abbarbicati su rocce praticamente senza radici, come ad Hue quando siamo capitati in un immenso vivaio; o come ad Arusha quando il mio coninquilino giapponese era rimasto stupefatto che mio padre fosse tanto appassionato di un’arte del suo paese.

Ma lasciando da parte tutti questi ricordi, vorrei arrivare ad una considerazione più attuale, per quanto forse più “astratta”: un bonsai di pregio può arrivare a costare delle vere fortune. Dei veri “esemplari” superano facilmente i 1.000 € e come tutte le opere d’arte, un limite massimo veramente non esiste: piante centenarie (probabilmente frutto del lavoro di veri maestri) sono state vendute anche per 2 milioni di dollari.
Diciamo che un pezzo già ben strutturato, coltivato in vaso da qualche decennio, mediamente viene attorno ai 200-500 euro, con significative oscillazioni. Queste piante sono per lo più lavorate in Asia (Cina, Giappone, ma anche Vietnam) e poi importate in Europa (chiuse per una quarantina di giorni in container, senza luce né acqua). Gli appassionati cercano anche di lavorare piante da seme, ma è un lavoro lunghissimo che raramente da buoni risultati (la moda di quelle trovate in natura, tipo gli abeti dai boschi alpini, è fortunatamente un pò scemata). Per avere poche buone piante, occorre coltivarne decine, forse centinaia.
Le dimensioni sono assai variabili sia in altezza che come circoferenza del tronco (dipende dallo stile adottato: si passa da 2,5 cm in altezza di uno Shohin ad oltre il metro per gli Omono) e devono sempre essere ben proporzionate, tenendo presente come sarebbe la pianta in natura. In ogni caso, perché la pianta media abbia delle dimensioni ormai “mature” (intorno ai 60 cm in altezza, 5-6 centimetri di diametro almeno) occorrono fra i 40-50 ed 80-100 anni a seconda che sia frutto di un innesto o cresciuta da seme. Non certo una cosa che cresca nell’espace d’un matin, specie in vaso!

Acero Shishigashira

Un acero Shishigashira

Perché questi dati strettamente pecuniari e questi dettagli metrici? La storia è presto detta: una delle ultime piante acquistate è un acero shishigashira comunemente detto “crispifolium” (un pò meglio di quello in foto…); prezzo nella media; età stimata: 50 anni. Già questo dovrebbe indurci a riflettere: pur con tutta la menzionata variabilità legata ad un’opera d’arte (ed un’opera d’arte vivente), significa attribuire come prezzo per ciascun anno di vita di quella pianta circa 0,11 euro: 11 centesimi/anno. Ma il fatto veramente interessante viene dopo, quando -interrogando un maestro del Sol Levante in giro per l’Italia- si scopre non vi è traccia del segno d’innesto, ergo, la pianta dovrebbe esser nata da seme. Il che, con tutta probabilità, significa che è coltivata in vaso da almeno il doppio degli anni.
Ovvero, ogni anno di vita di quella pianta -che deve aver attraversato due Guerre Mondiali, magari sfiorato una bomba atomica, visto passare centinaia di vite ed attraversato un continente per giungere fin qui- è stato pagato 06 centesimi.

Con tutto ciò, non voglio certo dire che, per assurdo, un sasso raccolto a caso dalla collina del Partenone debba valere di più di un Guttuso dipinto pochi anni fa!
Senza dubbio, non sono gli anni che si pagano in una pianta e non sono neppure il principale elemento per valutarne il valore (né artistico, né economico: come ogni opera d’arte una pianta secolare mal lavorata ha poco o nessun valore -che infatti rischia di deperire rapidamente), ma rimangono pur sempre un elemento essenziale ed imprescindibile. Ed è curioso come, anche nell’arte, la nostra società si arrivata ad svalutare in termini economici aspetti che altrimenti sarebbero tanto significativi.
Riesco ad immaginare pochi altri esempi nei quali la valutazione economica si rivela tanto inadeguata, inappropriata.