Pillole di giustizia: Stay with the ICC

Attorno alla Corte Penale Internazionale (International Criminal Court– ICC in inglese) accadono sempre cose strane. Immagino sia una sorta di “destino” per istituzioni così innovative e rivoluzionarie.
Certo, quello che potrebbe accadere questo fine settimana ad Addis Abeba le batte tutte finora.

Domani e domenica, infatti, i leaders degli Stati Africani si incontreranno nella capitale etiope per il consueto meeting dell’Unione Africana (AU), solo che stavolta all’ordine del giorno vi sarà l’ipotesi di un ritiro en masse dall’adesione alla Corte Penale Internazionale.

La polemica ICC vs Africa divampa da tempo: già nel 2009, quando io cominciavo appena a studiare il diritto penale internazionale, si faceva presente come l’attenzione della Corte fosse profondamente sbilanciata verso l’Africa, senza prendere nella dovuta considerazione le istanze di quel continente (il primo meeting dell’ICC in Africa si tenne solo nel 2010, dopo grandi proteste).
Ad oggi, tutti i casi sotto indagine o processo dinnanzi alla Corte riguardano Stati e cittadini africani. Circostanza che non deve sorprendere, in realtà, per due semplici ragioni: a) la maggior parte di violenze di massa che possono rientrare nella competenza dell’ICC avviene in terra d’Africa (Uganda, Congo, Libia, Sudan…); b) gli Stati africani quasi sempre mancano nelle necessarie strutture e competenze per organizzare un processo adeguato in loco, circostanza che metterebbe automaticamente “fuori gioco” la Corte Penale Internazionale in virtù del principio di complementarità (sinteticamente spiegata anche in wikipedia).
Ciò è indubbiamente un tema caldo, che dovrebbe imporre un ripensamento della struttura della Corte Penale Internazionale e del suo operato, ma non può essere esclusivamente addebitato alla stessa.

Con le imputazioni del presidente e vice-presidente del Kenya (che seguono quelle del presidente Bashir del Sudan), la questione ha raggiunto un livello nuovo e probabilmente inaudito: il Kenya ha infatto votato una mozione per ritirarsi dalla Corte. Ritiro che comunque non avrebbe effetto sui processi in corso, ma avrebbe senza dubbio un importante impatto mediatico.
La mozione kenyota è stata ripresa e fatta propria da diversi capi di Stato africani (fra cui lo stesso Bashir e Museweni dell’Uganda, se ben ricordo) e sarà dunque discussa ad Addis Abeba.
Ovviamente, non deve sorprendere che i politici preferiscano avere le mani meno legate possibile da parte di organizzazioni ed istituzioni che non possono controllare, ma il ritiro in massa è indubbiamente una scelta imponente.
Grave, fra l’altro, che molti media italiani (ma direi occidentali- eccezioni: Der Spiegel; Al Jahzeera e BBC) tacciano sul punto.

Inutile dire che, se approvata, sebbene di poco o punto impatto giuridico (ai sensi dell’art. 17/2), l’effetto simbolico e politico potrebbe essere devastante. Forse, persino segnare la prematura fine della Corte Penale Internazionale.
Non a caso, la società civile da tutto il mondo -ed in particolare, dall’Africa- ha reagito alla notizia con una massicia campagna, fra cui #StaywiththeICC su twitter. Campagna cui si è unita la voce dell’arcivescovo Desmond Tutu, con una petizione lanciata anche su avaaz.org (qui l’articolo di Tutu sul New York Times e, inoltre, una ricerca tutta africana sul punto e qui un riepilogo di alcune posizioni).
Il messaggio di Tutu, indirizzato in particolare ai presidenti nigeriano Jonathan e sudafricano Zuma, è molto semplice: “who will stop the next genocide?