2013 in Tre Atti – Atto Terzo

(la trilogia è iniziata qui, proseguita qui e si sta ora per chiudere)

2013 e tre terzi

A settembre ed ottobre si preme l’acceleratore, e dopo lo stallo estivo quelli sgamati si preparano a fare il botto, prima che arrivi dicembre e fiocchino gli indegni cofanetti e greatest hits (sono un fan degli album organici e quindi un grandissimo detrattore dei best e delle raccolte, la maggior parte delle quali stese “a cazzo”). Tra nuove uscite e anteprime, la passeggiata attraverso la scena autunnale è piuttosto interessante.

Avevano una ricetta vincente, e i primi due dischi erano una bomba. Poi hanno provato a cambiare pelle, facendo intervenire in produzione Josh Homme dei Queens of the Stone Age, risultando accattivanti sulle prime ma perdendo un po’ della loro carica originale. Ammetto per questo di essere diventato prevenuto nei confronti degli Arctic Monkeys, ancor di più dopo aver letto delle loro performance mediocri dal vivo, ma il loro “AM” non mi ha convinto né trascinato, partendo dai singoli in anteprima per arrivare all’intero ascolto che non chiama un bis immediato. Non c’è traccia dei fasti spensierati del passato, ma nemmeno sufficiente cattiveria per poter parlare di un vero nuovo corso. Di positivo ci sono i refrain ipnotici che ancora li sanno fare bene.

Questi altri erano invece dati per morti. E ho continuato a considerarli tali anche quando circolavano news sul loro ingresso in studio dopo anni. Ad un certo punto hanno messo in giro alcuni brani inediti, e mi sono insospettabilmente apparsi interessanti. Poi è uscito “Sequel to the prequel”, e pur non essendo un capolavoro (cioè in sostanza non essendo un disco dei Libertines, metro di paragone inevitabile e impietoso), mi sono dovuto piegare al gradito ritorno dei Babyshambles. Niente di più di un revival del revival, che ogni tanto si appiattisce e poi risale in quota, ma le aspettative bassissime hanno sortito su di me un effetto rimbalzo a dir poco spiazzante.
Ho visto Pete Doherty dal vivo, lo scorso inverno, e ci sono rimasto male, perché era la caricatura di un uomo, sebbene come musicista facesse ancora il compitino dignitosamente. Sembrava assurdo pensare a lui in uno studio che mette assieme roba nuova, e invece si è saputo rilanciare, pur con tutti i suoi limiti.

Sono morti e risorti parecchie volte, i Pixies. Hanno recentemente perso un pezzo importante, con l’abbandono dello storico basso di Kim Deal, ma nonostante ciò stanno mostrando una voglia di fare e di rilanciarsi davvero forte, per un gruppo quasi trentennale e che non pubblica un album nuovo da ventidue anni. Sono in tournée attraverso mezzo mondo, e hanno pubblicato “EP1”, un EP -ma va?- che non si capisce bene dove voglia andare a parare, ma lo fa in maniera apprezzabile, un po’ di imprevedibilità dei vecchi Pixies e del vecchio Frank Black e un po’ di nuova ispirazione.

A metà del guado tra il trip-hop e l’electropop ci sono i Goldfrapp. Sospesi tra atmosfere sognanti e ritmi e rumori incisivi, con il nuovo album “Tales of us” hanno optato per la tranquillità e la morbidezza del suono, portando alla meditazione anziché al disturbo che offrivano certi loro pezzi del passato. Più voce che suoni, in definitiva, e la voce di Alison Goldfrapp non è affatto banale, per un disco piacevole all’ascolto attento oppure superficiale, anche se non ipnotico e trascinante come altre volte in passato.

Ancora più atipica la storia degli Yuck. Il primo disco del 2011 ha spopolato, anche se ammetto di averli scoperti postumi non più tardi di qualche mese fa, sebbene alcuni brani fossero a me inconsciamente noti. Dopo aver temuto per la loro tacita sparizione, nella primavera di quest’anno il cantante ha annunciato la propria dipartita dalla band, mentre gli altri membri svelavano di essere al lavoro in studio. Due singoli in anteprima hanno confermato la bontà del nuovo corso, facendo addirittura intuire di stare volgendo al meglio. Da pochi giorni è uscito l’intero disco, “Glow & behold”, e tutta questa speranza si è vista ridimensionata, per un ritmo non propriamente trascinante e un po’ di sperimentazione non capita, da me sicuramente, forse anche da altri. Viste comunque le aspettative e le premesse, qualche riascolto lo si può sempre concedere loro.

C’è poi tutto quello che ancora deve uscire. E i riflettori sono puntati sugli Arcade Fire e “Reflektor”, previsto per la fine di ottobre. Una campagna promozionale mirata ad incuriosire (con discreto successo), un primo singolo assolutamente spiazzante con un video molto vistoso e delle collaborazioni stellari (James Murphy degli LCD Soundsystem alla produzione dell’intero disco, David Bowie ai cori del primo singolo, Anton Corbijn alla regia del video). Sono sempre stati pretenziosi, lo sono ancora di più ma per il momento tocca dar loro ragione. E aspettare con ansia.

Non hanno mai stupito nessuno, i Pearl Jam, ma è dal 1991 che suonano sempre uguali e sempre bene ed è bello avere delle certezze. “Lightning bolt” uscirà a metà ottobre, due brani sono già stati messi a disposizione di tutti, il primo con una venatura leggerissimamente punk rock che per i loro standard è fin troppo, il secondo un classicissimo brano intimistico alla PJ. Chi li ama li amerà sempre, e loro faranno di tutto per farsi amare dagli amanti storici. Chi cerca della novità, meglio che punti altrove, senza rancore.

Novità che M.I.A. non lesina di certo, se è vero che a inizio novembre esce il nuovo disco “Matangi”, atteso da più di un anno e posticipato diverse volte. Ha il merito di aver lanciato un trend, quello della fusione tra elettronica e rap in ambito indie, che fa sicuramente storcere il naso ai puristi della schitarrata ma che merita attenzione e rispetto, più di molti cloni venuti fuori come funghi e dei quali non se ne sentiva l’esigenza. Meglio seguire l’originale e anche in questo caso aspettare, facendosi compagnia con i brani messi in circolazione a partire da quest’estate.