Animali Social(i) – Redpoz ter: in risposta a Mododidire

Mododidire nel suo più recente intervento per il nostro tema Animali Social(i) ha posto in evidenza l’innegabile ruolo socio-politico che i social media possono esercitare.
In particolare, si è focalizzata sull’impatto dei tweet nel coagulare l’attenzione della società e dei cittadini su determinati temi, sollecitandone la partecipazione e, persino, diventando elementi essenziali delle proteste civili.

Pare tirarmi per la giacchetta, visto che lo scettico del gruppo sono io.
Ovviamente una risposta generale sarebbe fuorviante e l’impatto di questi social media andrebbe valutato nei singoli casi: scendendo nel concreto e nel particolare troveremo senza dubbio alcuni importanti differenze.
Come scettico, comunque, mi pare esistano alcuni significativi elementi per argomentare a contrario un impatto se non propriamente deleterio, quantomeno neppure decisamente positivo di questi nuovi strumenti sulla politica.
Provo a sintetizzarne alcuni, senza pretesa di completezza:

  1. Quante divisioni ha twitter?
    La domanda retorica (confesso: di chiaro stampo staliniano!) ha imponenti risvolti pratici. Nonostante alcune encomiabili dimostrazioni di come la partecipazione possa essere alimentata (fuelled) tramite i social media, ve ne sono altre parimenti importanti altre fallite per l’incapacità dei social leader che hanno lanciato la protesta di coinvogliare la stessa nella realtà. L’ultima, in ordine di tempo, mi pare sia quella della Tunisia contro il governo islamista di Ennahda.
    In definitiva, vale un principio molto semplice: se la protesta rimane sul media digitale, non ha impatto nella realtà. Rimane quindi essenziale la capacità di mobilizzare le persone ad uscire di casa.
    Questo non è scontato: protestare tramite facebook o tweeter è relativamente facile e comodo, uscire per strada no. Uscire implica il rischio di incontrare la polizia, di essere arrestati, di beccarsi una pallottola (do you remember Neda?) e di sopportare i gas lacrimogeni.
  2. La “vita” è altrove
    Ok, lo so come dice il collega Intesomale che per molti la vita non è neppure altrove (ed anzi, se è, è solo nei social media). Ma la politica senza dubbio sì: le assemblee dove si assumono le decisioni rilevanti per la collettività sono fuori, sono luoghi fisici dove i tweet e gli status facebook entrano, magari esercitano anche una certa persusione. Però non votano.
    Allora il problema diviene quello di coordinare le due cose: fare massa critica sui social media e portare l’attivismo anche nella concretezza.
    Invece, temo che una generazione cresciuta a “pane e facebook” e sotto le urla di una “democrazia digitale” (che ancora non esiste, né è in previsione) di Beppe Grillo, possa rintanarsi davanti allo specchio-schermo per non uscire più in strada, in piazza: il fenomeno dei ragazzi giapponesi che rinunciano ad una partecipazione sociale e politica non è nuovo (e non voglio per questo instarurare un paragone forzato). Ricordo tuttavia che l’anno scorso, mentre ero ad Arusha, un entusiastico programma televisivo presentava una nuova social app per protestare: questa permetteva di segnalare su una mappa digitale la propria (ipotetica, perché non legata alla realtà) posizione e innalzare un “cartello” virtuale col proprio messaggio di protesta. Ancora una volta: un surrogato, ottimo per darci l’idea di fare qualcosa senza in realtà fare alcunché. Un pò come quei siti che promettono un tot di aiuti per ogni click sulla loro pagina.
    Ricordate Obama e la sua grandiosa prima campagna presidenziale fortemente giocata su internet? Eppure, anche lì durante le ultime settimane gli attivisti si son messi scarpe comode ed hanno contattato le persone fisicamente, porta a porta.
    Ma, come diceva una campagna UNICEF “likes don’t save lives“.
    Questi due aspetti sono quello che nel mio primo post definivo “autoreferenzialità“.
  3. Chi determina cosa è importante?
    Come premesso, occorre valutare caso per caso, ma così com’è astrattamente possibile che degli anonimi cittadini-tweeter possano lanciare una campagna per un tema altrimenti non considerato, è altrettanto vero che per lo più i personaggi più influenti nei social media, quindi quelli con maggiori probabilità di lanciare un trend, sono persone già affermate altrove (nella vita reale).
    Verificare questo è relativamente facile: basta guardare chi sono le persone con il maggior numero di followers su twitter. In buona sostanza, si tratta sempre di persone già famose ed affermate nella vita reale.
    Guardate, io credo fermamente che il linguaggio sia importante: e come li hanno chiamati? “Followers“, quelli che seguono: l’esatto contrario di “leader“. Gregge.
    Non a casa, come argomentano bene Wu Ming, anche uno strumento fondato radicalmente sullo scambio reciproco, sul “peer to peer” come la rete, viene per lo più usato in modo unidirezionale, come fu per la televisione (vedasi i post-comunicati di Grillo).
  4. Semplice, assertivo
    Non occorre sia io a sviscerare l’argomento, che è già stato ben tratteggiato nel duello Intesomale-Mododidire che ha aperto il nostro tema: la comunicazione telematica ipersemplifica (ipersemplificazione, che se ben ricordo era stata considerata da Cacciari un tratto caratteristico della “destra”). E’ evidente a tutti, inclusi noi blogger, quanto l’attenzione sul web scemi facilmente e rapidamente. 140 caratteri, please.
    Certo non voglio decantare le lodi dei congressi del fu PCI quando anche nella più piccola sezione di campagna il segretario teneva una relazione introduttiva d’un paio d’ore sulle tendenze politiche mondiali.
    Ma resto persuaso che un’analisi approfondita richieda strumenti, temi e confronti che -ad oggi- sulla rete ancora non trovano spazio. Io son forse troppo negativo, ma mi basta vedere un post di Grillo per convincermene: tre affermazioni in croce, pochi o nessun nesso, due offese ed un hashtag.
    E, proprio perché semplice, il web è anche assertivo: un’idea prende il trend, vi si impone e circola per inerzia. Discuterla, contestarla diventa impossibile e si riduce ad uno scambio di battute (magari d’ottimo livello, eh).
    Cito Jaron Lanier: “L’accesso e l’offerta indistinte finiscono così per uccidere ogni cultura critica…si mortifica quella democrazia che avrebbe dovuto esaltare, premiando la quantità sulla qualità, i messaggi più estremizzanti e meno ponderati, le informazioni più urlate e suggestive al di là della loro verità“. Questa non è democrazia. Forse è un’altra cosa che ancora non sappiamo, ma di certo non è democrazia.
    Sinceramente, non riesco a convincermi che in un mondo complesso un simile modo di fare politica possa essere proficuo e risolutivo. Perlomeno, non se lasciato a sé stesso.
  5. Il controllo
    Veniamo infine all’ultimo aspetto: la rete non è necessariamente il luogo delle libertà. Che sia il mio amato “PRISM” o il dubbio sistema di voto sul blog di Beppe Grillo, è risaputo come le forme di controllo (spionaggio) e raccolta di dati sul web non manchino.
    Se Kundera parlava dei fotografi durante la Primavera di Praga che con i loro scatti fornivano le principali prove per i processi politici successivi; se la cara STASI un tempo doveva collegarsi ai telefoni, organizzare appostamenti e camuffamenti, oggi nella rete il controllo sociale è assai più facile: basta controllare un tweet per sapere dove e come avverrà una manifestazione o, peggio, per identificare alcuni potenziali dissidenti politici.
    Non voglio fare l’orwelliano di turno, ma anche in questo caso credo sia doverosa una certa cautela. Non è certo una novità, infatti, che alcuni regimi molto poco liberali come Arabia Saudita, Cina e Russia stiano sviluppando sistemi di monitoraggio dei social media.
    In medio stat virtus: non si tratta di accentuare la paranoia globale, né di alimentare facili entusiasmi sulla liberazione dei popoli, solo di ponderare tutti i pro ed i contra di questo nuovo, potentissimo strumento.

simondseconoartps: tutto ciò detto, trovo anche io che l’impiego umanitario o per le cause dei diritti umani (come i desaparecidos) dei social network sia encomiabile.