Pillole di giustizia: popoli, terra e proprietà

Le notizie arrivano spesso per vie strane. In questo caso, per via di Harrison Ford che, come sta facendo il sottoscritto, si è letto le 170 pagine della sentenza della Corte Suprema indonesiana sul caso della proprietà della terra fra Stato ed indigeni.
“Indiana Jones”, per chi non lo sapesse, è un attivista per l’ambiente (vice segretario di Conservation International) e leggendo la sentenza ha deciso di girare un documentario che ha fatto seriamente incazzare il governo indonesiano. Perché lo scopriremo a breve.
Così, tutto ciò ha attirato l’attenzione dei nostri distratti media nazionali (bhè, erano in buona compagnia) che si son resi conto di quanto accaduto.

A discapito del focus su Harrison Ford, la notizia vera è proprio quella della sentenza.
Infatti, nel caso sottopostole dall’Alleanza dei Popoli Indigeni dell’Arcipelago contro la legge del 1999 sulle foreste, la Corte Suprema ne ha dichiarato la parziale incostituzionalità:

The decision states that customary forests of Indonesia are owned by Indigenous Peoples and not by the State. This is a major breakthrough as most states in the world consider forests as state property, despite the fact  that many of these forests have been claimed by Indigenous Peoples’ long before the creation of the nation state.  This ruling has come about largely through the efforts of AMAN (Aliansi Masyarakat Adat Nusantara), the local national coalition or federation of Indigenous Peoples’ communities, with the support of many other NGOs.

Indonesian-forestLa sintesi entusiastica della decisione è un pò esagerata, ma rende bene l’importanza della questione e l’impatto della stessa. Giudicando la legge incostituzionale, la Corte Suprema ha sì restituito ai popoli indigeni le foreste, ma solo in parte (circa 1/3): circa 40 milioni di ettari e coinvolgono circa 40 milioni di indigeni. Inoltre, per rendere effettiva la sentenza, restano ancora da applicare i necessari atti legislativi ed amministrativi. Ma è senza dubbio già un ottimo risultato.

La sentenza integrale (in inglese).
La “forestry law” 41 del 1999 (qui il testo in inglese) divideva la proprietà delle foreste fra Stato, individui e “customary forest” (letteralmente, “foreste consuetudinarie”), poste comunque sotto il controllo dello Stato (p. 66 della sentenza per una tabella esplicativa).
Di fatto, quindi, lo Stato utilizzava tali foreste come una propria proprietà, ivi incluso concedendole in licenza ai privati che molto spesso le distruggevano (ad esempio per la produzione di olio di palma) p.4 della sentenza -ed ecco, per chiudere il cerchio, la ragione che ha suscitato l’interesse di Ford-. Quel che è peggio, secondo la Corte il governo concedeva spesso tali licenze senza una verifica delle pretese dei popoli indigeni che abitavano tali foreste (p. 37).
Molto interessante il seguente paragrafo: “For indigenous peoples, Forestry Law creates uncertainty of rights over their customary forest; while these rights are hereditary in nature. The right is not granted by the State to the indigenous peoples, but hereditary, which arised from their process of civilization. Unfortunately, the State’s claim over the forest has always been considered more valid than the claims made by indigenous peoples. Whereas indigenous rights over customary forests, which majority claimed as State forest, have existed long before the State’s rights“. In esso si dicono due cose fondamentali: a) la legge crea incertezza per i popoli indigeni sulla proprietà della terra, contraddicendo quindi uno scopo primario delle norme (infra p. 34); b) i diritti dei popoli indigeni sono antecedenti a quelli dello Stato (esistevano da prima di questo).
Continua la Corte: “In fact, indigenous peoples have not acquired strong rights over their claims making them as criminals when they access the forest area, which they claimed as indigenous territories. […] This provision indicates that the Forestry Law has an inaccurate perspective on the existence and the rights ofindigenous peoples over their customary forests area“.
Per argomentare l’esistenza dei diritti dei popoli, la Corte non manca di fare importanti riferimenti al diritto internazionale (p. 29), quali alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e al Patto Internazionale dei Diritti Civili e Politici.

Conclusioni della Corte (p. 172) sono state dunque di riformulare la legge, nel senso che la proprietà “dello Stato” di dette foreste viene ora attribuita alle comunità indigene, con le conseguenze già citate.
Inoltre, è interessante notare che la Corte andando ad eliminare il riferimento allo Stato nella titolarità delle “customary forest” (le quali, nella formulazione originaria -Art. 5: “Customary forest even directly defined as a state forest that grows on the ground in the area of indigenous peoples” citata a p. 32 rientravano fra quelle pubbliche “State“, distine per il solo fatto di trovarsi nel territorio delle popolazioni indigene), sviluppa quindi una particolare forma (un tertius genus) di proprietà: una proprietà collettiva, fondata su diritti tradizionali, non chiaramente riconducibile né al modello pubblico, né a quello privato.
Ora, lo Stato ha dovuto cominciare a ritirare alcune licenze.

Come ho detto altrove, la questione dei diritti dei popoli (indigeni, delle minoranze) è indubbiamente uno dei temi giuridici più interessanti che dovremmo affrontare nei prossimi anni (specie in rapporto ai diritti individuali di matrice prettamente liberale) ed è stimolante vedere come gli organismi giudiziari dei paesi in via di sviluppo siano fra i più preparati a farlo.
In effetti, è particolarmente degno di nota il fatto che una simile sentenza arrivi proprio dall’Indonesia: uno Stato segnato dalla lunga dittatura di Suharto e ricchissimo di molteplicità di tradizioni socio-culturali e giuridiche (generalmente sintetizate col concetto di “adat“). Tali tradizioni e comunità sono riconosciute anche in costituzione, Art. 18 (p. 35 della sentenza), la quale prevede altresì la creazione di “zone” autonome amministrate sulla base delle tradizioni indigene. Non può quindi sorprendere che la Costituzione indonesiana riconosca anche a “community-based customary law groups” il diritto di adire la Corte (p. 9 della sentenza, a p. 150 una sintesi delle norme costituzionali), previo interesse concreto nel caso.
Inoltre, è sempre curioso notare come proprio nei paesi in via di sviluppo i popoli indigeni, minoranze e categorie sociali più disagiate stiano sviluppando un approccio alla tutela dei propri diritti estremamente flessibili, che include altresì il ricorso ai sistemi giudiziari “ufficiali” per far valere diritti tradizionali (esempi simili si sono già avuti in India ed in Sudafrica).

Per un inciso tutto italiano in tema di “diritti collettivi”, merita menzione anche la circostanza che sempre più anche i nostri Tribunali stanno aprendo alla possibilità di costituzione di “parte civile” per il risarcimento di danni in un procedimento penale da parte di associazioni a tutela di interessi diffusi (per un caso, finito male, si veda il “Processo Marina Militare” per l’uso di amianto).

Insomma, la sentenza della Corte Suprema dell’Indonesia segna un ulteriore importante passo nel riconoscimento dei diritti dei popoli, nella tutela delle loro tradizioni socio-culturali e dei relativi aspetti giuridici, nonché del loro diritto all’autodeterminazione anche in forme non rientranti nel modello statale.