cronache dall’attacco a Nairobi

Le notizie sull’attacco terroristico al Westgate Mall di Nairobi hanno inondato (assieme a quelle, quasi messiache, sulle elezioni tedesche) il nostro weekend.
Ci sarebbero molti aspetti interessanti da commentare su questo tragico avvenimento: dal fenomeno economico-culturale della diffusione dei grandi mall commerciali in stile U.S.A. nelle metropoli africane (ve n’era uno, magnifico, anche ad Arusha)- circostanza già notata oltre quarant’anni fa da Alberto Moravia nei suoi viaggi in Africa; alla fragilità dello Stato kenyota (il cui presidente Kenyatta e vicepresidente Ruto sono sotto processo davanti alla Corte Penale Internazionale per la violenza post-elezioni del 2007); dalla complessa situazione geopolitica dell’East Africa (situazione che va dalla Somalia in cui lo stesso Kenya è intervenuto militarmente per fermare le milizie Al-Shabab sino ai conflitti nelle regioni orientali del Congo, sempre vivi e sempre dimenticati); sino alla diffusione dell’Islam e della pirateria sulle sponde dell’Oceano Indiano (tanto per dire: Zanzibar è prevalentemente mussulmana) ed alle conseguenti polemiche sull’islamismo dilagante (“la guerra che stiamo sottovalutando”, davvero Quirico?)…600392_4022234271113_2142171884_n

Personalmente, letta la notizia non ho potuto fare a meno di ripensare a quelle prime ore this is Africa atterrato all’aeroporto Jomo Kenyatta e alla ricerca dell’appartamento dove avrei passato i primi giorni in terra d’Africa, alla visita poco o nulla turistica della strana metropoli che è Nairobi ed immediatamente il pensiero è corso a quanto il capo della sicurezza UN-ICTR ci diceva ad Arusha “[i terroristi] sono già in Kenya e sappiamo che arriveranno, non sappiamo quando ma sappiamo che arriveranno“. Arusha dista meno di 300 km da Nairobi, 5 ore di macchina incluso il tempo alla frontiera.
Sappiamo che arriveranno“.
Il pensiero va immediatamente ad Isa, la ragazza che mi ha ospitato in quei due giorni: che fa? E’ ancora là? Non sarà mica andata al mall? Ahn, no: per fortuna ha lasciato il Kenya.
Ma che paura…

Ma la cosa più demenziale, per quanto sicuramente secondaria, che vorrei commentare è il resoconto di una superstite italiana. Badate, non l’intero resoconto (né tantomeno la sua persona, per la quale posso anche nutrire stima), ma una sua affermazione:

Domanda il giornalista: Dove ha trovato il coraggio di scattare le foto e comunicare con il resto del mondo, via Facebook?
«Ho pensato che dovevo sforzarmi di mantenermi lucida. In realtà alternavamo momenti di pianto alla preghiera. Mi sono raccomandata alla Beata Vergine e ho sempre stretto tra le mani la croce di San Damiano che porto appesa al collo».

Ora, la mia reazione è stata: no, dico, sei deficiente??? Lavori da anni in Kenya e la cosa più intelligente che ti viene in mente di fare in quel momento è caricare le foto in facebook?? Non credo occorra aver frequentato i training “Security in the Field” delle Nazioni Unite per intuire che, perlomeno, è un’idea veramente stupida. E tralascio tutte le considerazioni sulle madonne che certamente ti hanno protetto… Potrei persino capire un atteggiamento simile se fosse stato dettato da qualche ragione pratica, ma lo era? Ammettiamo, per pura ipotesi che l’intento fosse comunicare che stava bene: non bastava un sms ad un paio di persone? No, occorreva caricare le foto in facebook. Foto che per scattarle devi essere, quantomeno, uscita dal tuo riparo, con il conseguente rischio di esporti e farti vedere dai terroristi. Magari allo stesso modo hai compromesso la sicurezza di coloro che erano con te. A che pro?
Mi domando se tanta demenza dipenda dall’uso dei social network o se sia proprio congenita.

Magari a breve spenderò qualche altra parola sui complessi retroscena di questo attentato.