2013 in Tre Atti – Atto Secondo

(la prima parte della trilogia, con la dichiarazione d’intenti, si trova qui)

2013 e due terzi

Il secondo quadrimestre del 2013 ha portato alcune novità interessanti, alcune conferme degne di attenzione, alcuni ritorni/exploit che hanno fatto il botto. Praticamente è successo di tutto.

Quando un gruppo pubblica due dischi con i quali si rende immediatamente riconoscibile, il rischio della Terza Prova è di diventare monotoni, oppure di fare il salto della quaglia e perdere tutto quanto costruito in precedenza. I Vampire Weekend non sono caduti in nessuno dei due tranelli, con “Modern vampires of the city”, tenendo fede a quella loro indefinibile vena che non è folk, non è reggae, non è pop ma ricorda un po’ tutto quanto, a cui hanno aggiunto sprazzi elettronici per darsi un tono più à la page, quell’aria vintage che fa parlare molto di sè (daje con l’avversione per i Daft Punk, ora ci arrivo) e mette a tacere le malelingue sempre pronte ad affermare che sono sempre uguali a loro stessi.
Nota personale: hanno raggiunto il n°3 in UK e il n°1 in USA, in Italia si sono assestati al n°55. con questo cosa intendo dire? Niente, però guardando chi stava in vetta nelle stesse settimane da noi un po’ di magone immagino venga. Io non ne ho avuto il coraggio.

Ci ho provato più volte. È stata dura vincere il pregiudizio iniziale, perché risulta quasi automatico che se un disco nuovo piace a tutti, ma proprio tutti, entro i primi due giorni dall’uscita, è solo una grandissima bolla speculativa. Critica, pubblico, amici, parenti, elogi sperticati per i Daft Punk e il loro “Random Access Memories”. Sulle prime mi è venuta la nausea, e mi sono ripromesso di fare come se non esistesse, come ho fatto con il Gangnam Style o il Pulcino Pio o l’Harlem Shake dei quali tuttora ignoro le fattezze. Mi sono ammorbidito solo dietro l’insistenza di alcuni soggetti affidabili, e ho varcato la soglia della diffidenza. Pensiero del primo ascolto: “Chi ama la disco music lo amerà tantissimo. Ma a me la disco music fa cagare.”. Pensiero del secondo ascolto: “Tutto sommato si lascia sentire, è gradevole, prendono del vecchio lo scopiazzano e lo rimodernano, chiamandola innovazione.”. Pensiero del terzo ascolto e successivi: “Noiosetto, niente a che vedere con tutto il resto dei Daft Punk.”. Se questa è l’anteprima del futuro, mi tengo i Pearl Jam che fanno lo stesso -bel- disco dal 1991 ma che mi lasciano qualcosa dentro.
Nota personale: ho malignamente goduto nel vedere lo scatto rubato del duo ritratto senza casco con calvizie incipiente a corredo. Sono una brutta persona, lo so.

Se capissi veramente qualcosa di musica, e ne sapessi parlare e scrivere e non fossi il cialtrone che sono, tra i generi o per meglio dire tra i movimenti che prenderei in maggior considerazione ci sarebbe sicuramente il trip-hop, e in particolare i tre giganti di Bristol. Conosco a fondo i Portishead e i Massive Attack, mentre quello che ho seguito meno è Tricky, che pure è ricco di sfaccettature e di intrigante inquietudine ed è il più attivo di tutti. “False idols” non si discosta molto dal suo classico mood, con il contributo vocale di Francesca Belmonte ad ammorbidire un po’ il tutto. Usato garantito tirato a nuovo, il tutto comunque in un contesto originale e sempre sperimentale.
Nota personale: se ogni tanto ascoltando Tricky si prova la sensazione del già sentito, non è perché lui scopiazzi in giro, ma perché molti si ispirano a lui, o addirittura ci fanno mettere mano pesantemente per sembrare più fighi. La caccia ai riferimenti la trovo personalmente divertentissima.

Best new act 2013. Niente di nuovo, una serie di rimandi al post-punk e agli ultimi trent’anni, “Silence yourself” delle Savages va ascoltato ad un volume indecente e, se avete vicini particolarmente sensibili, in loro assenza. Altrove l’ho definito come “linea di basso post-punk con batteria e chitarra garage rock/garage punk e voce che richiama Karen O“. Mentre tutti i nuovi gruppi più elogiati virano sull’elettronica o sul ghetto-style per non dire su entrambi, qui si prosegue a picchiare sulle corde, come se non fossero mai stati inventati i synth.
Nota personale: la curiosità è di vederle (sono un gruppo di sole donne) live, lo spartiacque tra una meteora e una band promettente.

I Crocodiles hanno all’attivo quattro album, sono poco considerati dalle nostre parti ma hanno un buon potenziale, un indie rock non troppo complesso ma velato di distorsioni che lo rendono piuttosto originale. Il disco uscito quest’anno si presenta con un titolo a mio dire orrendo, “Crimes of passion”, ma il mio consiglio è di non fermarsi alle apparenze. Non riesco a mettere sul piatto dei termini di paragone, si ispirano a gruppi e sonorità molto differenti tra loro, ed in un panorama piuttosto banale e ripetitivo degli ultimi anni come quello del genere si differenziano piacevolmente.
Nota personale: un rimando al passato, di un brano che sentii una volta in un locale e mi spiazzò e -grazie a Soundhound- andai a recuperare e mi fece scoprire i Crocodiles al di là del semplice nome.

Altro grande ritorno che rischiava di trasformarsi in un buco nell’acqua, ed invece non lo è stato, “Right thoughts, right words, right action” dei Franz Ferdinand inverte la direzione dello stallo declinante del loro penultimo disco, dopo i primi due album assolutamente intercambiabili tra di loro, e pure ripetitivi al loro interno, ma che fecero il botto e li consacrarono per sempre come band meravigliosa, almeno nel mio cuore. Hanno osato un po’ di più, ripescando anche qui nell’ultimo trentennio con riferimenti a pioggia, ed una tendenza a spingere le gambe dell’ascoltatore ad un movimento inevitabile ed incontrollato, che poi è sempre stato il loro punto di forza e la loro caratterizzazione principale. Non hanno cambiato e non cambieranno mai il mondo, ma contribuiscono anche oggi a renderlo un posto migliore.
Nota personale: sono scozzesi, sono amici dei Belle and Sebastian, sono fulminati. Non riuscirei mai a non amarli.

I side-project dei membri dei Sonic Youth, che dopo la diaspora dovuta al loro pseudo-scioglimento in seguito a divergenze coniugali dei leading members sono tutto quel che ci rimane di loro, sono sempre stati un po’ troppo sperimentali per risultare coinvolgenti. Ecco perché non mi sono filato i Chelsea Light Moving di Thurston Moore, fino a quando non ho beccato casualmente il passaggio radiofonico di un loro brano, perché giuro esistono radio in Italia che ogni tanto mettono gruppi del genere, e mi sono deciso a dar loro fiducia. Ed è stata fatta, l’album eponimo “Chelsea Light Moving” è finito in un quarto d’ora nella top 5 dell’anno in corso, ed è in loop da allora, ed è uno di quei dischi che puoi sentire la mattina appena sveglio come la notte prima di mollare il divano e coricarti.
Nota personale: “Kim Gordon and Thurston Moore are divorced and you’re just the orphans left behind.” è una citazione, ma l’ho fatta assolutamente mia. I Chelsea Light Moving possono essere descritti come una zia che si prende cura di noi orfani.