Reception

Reception. Un B&B schifoso vicino alla stazione. Sei di mattina. Mal di stomaco, non ho dormito. Fumo la prima sigaretta a un orario in cui, in una vita migliore, dovrebbe essere l’ultima. Bevo un caffè preso alla macchinetta, alla colazione inclusa manca un’ora, e non ho tempo. Da quando fumo dormo peggio, da quando fumo ho mal di schiena al risveglio. Buio. Il receptionist confisca un bicchiere I love Munich a uno dei due bulgari, perché non si portano vetri in stanza. Il bulgaro del bicchiere non sa l’inglese, non capisce, sembra ubriaco, o fatto, si incazza. Il bulgaro che lo accompagna parla qualche parola di inglese, itercede, evita la rissa. Il receptionist dice: we store the glass here. Il bulgaro del bicchiere ripete: my souvenir, my souvenir, my souvenir. Ho mal di testa. Mentre fumo, un ragazzo coreano esce in strada, aspetta le ragazze che viaggiano con lui. Il bulgaro che sa qualche parola di inglese lo avvicina, e cerca di convincerlo a comprare cinque iPhone di contrabbando. Il coreano è a disagio. My friends are there, I have to go. Il bulgaro non molla. Le ragazze arrivano, e il terzetto asiatico si allontana verso la stazione. I due bulgari parlano fra loro, quello dell’iPhone mi punta. Gli sorrido scuotendo la testa, e dico: get lost, tanto non parla abbastanza bene da capire che non è una risposta educata. Poi rientrano dalla porta a vetri, e quello del bicchiere ricomincia: my souvenir. Il recptionist: I store it here, you take it back when you leave. Souvenir. Store. Stören. Cazzo, se disturbano. I primi embrioni di giochi di parole nel mio cervello che si accende. Mi fa ancora male lo stomaco, il caffè non aiuta, ma mi serve per rifarmi il trucco allo sguardo. Scende dalle scale l’italiano che ho incontrato ieri sera: si è venduto la macchina, ha lasciato moglie e figli a San Benedetto del Tronto e cerca lavoro nella piccola grande mela bavarese, che qui in Oberbayern e fino alla lama dei monti che si affacciano su Kufstein chiamano: Die Stadt. Perché me lo ha raccontato? Perché mi ha fatto piacere? Tante storie uguali, e tutti noi, scimmie con le scarpe, a stringerci la mano. Mani, mani, mani. Piedi, passi pesanti. Un ciccione torna dalla corsa mattutina. Non corro da una settimana, per colpa di questo viaggio e di quello prima. La costante: poco sonno. La costante: freddo e bagaglio inadeguato. La signora e la ragazza puliscono il bancone del bar. Il sole che bagna la strada è timido, mi chiedo come faccia un sole così timido ad affacciarsi su un’ora del genere. Lo stomaco morde, e tra trenta minuti ho il treno.