2013 in Tre Atti – Atto Primo

Domanda ricorrente: “Quali dischi ti sono piaciuti tra quelli di quest’anno?
Risposta a bruciapelo: “Nessuno.
I consumatori compulsivi di musica hanno la strana abitudine di attendere spasmodicamente l’uscita di un nuovo album, per poi ascoltarlo distrattamente un paio di volte e dimenticarsene presto se non ha lasciato il segno.
Mi sono fatto un esame di coscienza e ho provato a ripercorrere i mesi passati, con l’ausilio dei filtri iTunes, alla faccia di chi sostiene che compilare i tag in modo metodico è da malati, e dalle tracce lasciate dall’ascolto di alcuni streaming.
Ne è uscito un elenco abbastanza sostanzioso di novità piacevoli, e altre che ho gradito meno ma che meritano ugualmente attenzione. Aggiungendo quanto di più interessante è stato annunciato in arrivo entro fine anno, magari con qualche anteprima già disponibile, è risultata una panoramica divisa scolasticamente per quadrimestri che va in controtendenza rispetto al consueto “non mi capita di sentire un disco nuovo interessante da anni”.

2013 e un terzo

Il primo quadrimestre è stato dominato dai ritorni, annunciati o meno attesi.

Se ne parlava da anni, sempre senza troppa convinzione, come se fosse il Chinese Democracy dell’alternative. Dopo ventidue anni, tutto in una notte, i My Bloody Valentine ci hanno dato in pasto il loro terzo disco “m b v”, le cui prime due canzoni suonano come se il 1991 e Loveless fossero roba di pochi giorni fa. Scendendo un po’ più in profondità, le atmosfere sono quelle del passato, le sonorità sono state invece rinnovate, privilegiando mio malgrado il lato dream pop rispetto a quello noise, che ho sempre preferito. Apprezzatissimo dalla critica, come pure dai devoti che si chiedevano da anni che fine avesse fatto lo shoegazing, regala un sorprendente senso di continuità e offre spunti per una futura prosecuzione, come risulta peraltro da voci di corridoio e da mezze frasi di Kevin Shields.
Nota personale: mi sono perso le due date in Italia e piango ogni volta che ci penso, pare che il frastuono sia rimasto lo stesso e il muro di suoni sia tuttora in piedi.

Opera prima di un gruppo nuovo per nomi collaudatissimi, “Amok” degli Atoms for Peace (Thom Yorke col suo produttore Nigel Godrich e Flea dei RHCP più compagnia varia) era nell’aria da un po’, si inserisce perfettamente nella pausa di attività dei Radiohead, differenziandosi ma senza staccare troppo dalle sperimentazioni dei loro due ultimi dischi. Forse è quanto di più innovativo sia uscito nel 2013, un parco giochi per le sperimentazioni di Yorke senza il peso del marchio di fabbrica. Come sempre divide chi ama l’elettronica da chi è affezionato alle corde, di positivo c’è che non strizza l’occhio con suoni ammiccanti come spesso i big di questo genere.
Nota personale: i malpensanti più attenti potrebbero cogliere già ora una velata polemica nei confronti dei Daft Punk, che prenderà effettivamente corpo nel secondo atto del post.

Ben più scioccante per gli appassionati il poco ventilato ritorno degli Strokes con “Comedown machine”, pubblicato quasi in sordina con pochissime anticipazioni filtrate nel corso della realizzazione. Questo si che è ammiccante, senza andare troppo indietro nel tempo ma rifacendosi ai suoni sintetizzati degli ultimi vent’anni. Il nome ingombrante impedisce un giudizio sereno, il pensiero che non c’entra nulla con Is This It è un chiodo fisso, ma cercando di levarsi di dosso per un istante le scorie del passato risulta un disco piacevole, più omogeneo del precedente, qualcuno ha azzardato che sembra che gli Strokes si siano messi a fare i Phoenix. Chi non disdegna entrambi i gruppi apprezzerà di certo.
Nota personale: non è più il 2001, facciamocene una ragione, anche io lo desidererei tantissimo ma non si torna più indietro. Meglio azzardare in questa maniera anziché scimmiottare il proprio passato. Poi quando tornate a fare un live in Italia fatemi per cortesia tutte quelle vecchie che mi spacco.

A tre anni distanza anche i Black Rebel Motorcycle Club tornano sulla piazza con “Specter at the feast”. Tre anni carichi di vicissitudini che si fanno sentire, in un album più maturo e intimista che percorre atmosfere quiete e cupe come mai in passato, pur con un passaggio centrale di tre-quattro pezzi picchiati e aggressivi che puntano diritti su Baby 81. Per riassumere in poche parole, li si ascolta più volentieri e ci si dimena un po’ meno, e nei live questa divergenza si amplifica ulteriormente. Ho apprezzato le setlist ben strutturate, l’ineccepibilità dell’esecuzione e la padronanza del palco da vera band di richiamo, rimpiangendo al tempo stesso i suoni sporchi e la carica del loro coinvolgimento fisico. Sono diventati adulti, non fanno più uscire con le orecchie che fischiano come nel 2010, ma si fanno ammirare nello stile. Sono considerati da molti uno dei gruppi più underrated in assoluto, in Italia non hanno lo spazio che si meriterebbero, all’estero spazio ne hanno e pure discreto seguito, questo disco potrebbe servir loro per fare il vero botto.
Nota personale: ho speso un capitale per vederli due volte, entrambe in concerti in trasferta da solo, questo è il manifesto del mio amore per loro. Ne parlo molto spesso, e a fronte di consigli ho ricevuto feedback unicamente positivi. Se dovessi scommettere cinque euro su un gruppo che piace subito a chi li scopre, lo farei su di loro.