Hate is a Four Letter Word

Sono stato per diversi anni fan accanito di un gruppo italiano che sosteneva che “L’odio è un carburante nobile/Hai scoperto che non è così male”. Ironia della sorte, sono diventato molto critico nei confronti di questo stesso gruppo e dell’atteggiamento da santi protettori dell’indie rock nostrano che hanno assunto nel tempo, ma quel passaggio resta e resterà sempre una specie di mantra.
Odiare, o per dirla eufemisticamente malsopportare, è piacevole e stimolante. C’è chi ne ha fatto una professione, quegli haters che stanno tutto il giorno a dirsele di santa ragione senza smuoversi di un millimetro dalla propria posizione. Molto più valido è l’odio argomentato, quello che porta sistematicamente alla conclusione che i gusti sono gusti e non si discutono, ma ci sono gusti veramente demmerda e io lo dimostro in maniera inconfutabile.

Tutto questo per avere il pretesto di elencare una serie di gruppi, artisti, generi e tipologie che proprio non reggo, e pur esprimendo una posizione assolutamente soggettiva ci sono elementi oggettivi che la supportano, e tutti a mio avviso li dovrebbero riconoscere. Non dico che debba venire l’orticaria a chiunque, come accade a me se entro malauguratamente a contatto con questa roba, però un leggero fastidio di sottofondo sarebbe auspicabile.

Il Progressive Rock
Non ce la faccio. I virtuosismi fini a se stessi mi mettono angoscia. Gli arzigogoli, gli eccessi di tecnica e stile che diventano autocompiacimento, le situazioni barocche e pompose. Non apprezzo i grandi classici del prog, stranieri e italiani, ancor meno reggo gli emuli contemporanei, pure peggio ne penso di chi ricalca le atmosfere pur facendo altro genere. Un esempio su tutti sono per me i Muse, che seguivo volentieri quando menavano sulle chitarre senza troppi fronzoli, ma da quando si sono reinventati in modalità Queen -altra band che mi piaceva a dodici anni, ma che col senno di poi non riesco più a sentire- hanno per me cessato di esistere.
A completamento del quadretto, l’oltranzismo di alcuni appassionati del genere, invasati come manco fosse Scientology. La musica dev’essere innanzitutto piacevole, non mi interessa un pezzo difficilissimo da scrivere e suonare se poi lo ascolto e mi fa schifo. Nemmeno se fanno i sessantaquattresimi col basso.

Le Icone Pop
Diametralmente opposti, e ugualmente deprecabili, quegli artisti che l’immagine viene prima di tutto. Poi non importa se le canzoni le scrivono, e a volte cantano, altri, o se sono un pretesto per girare video ammiccanti ed esibirsi in concerti glitterati. Anche in questo caso, innanzitutto la musica deve suonare bene, poi se l’impatto visivo è buono tanto meglio, come un piatto che si presenta bene ed è pure buono. Ma se devo proprio scegliere, preferisco la sostanza. La Signora del Pop degli ultimi trent’anni, Madonna, è uno dei peggiori esempi di questa corrente di pensiero, non sta in cielo né in terra che io spenda una valanga di soldi per assistere a un concerto di luci e scenografie e coreografie mastodontiche e al tempo stesso canzoni in playback. E dei cloni contemporanei di Madonna penso più o meno lo stesso. A Lady Gaga fatico a dare credito perché la prima cosa a cui penso è la sua immagine tamarramente iconica, dicono non sia artisticamente disprezzabile nell’ambito pop ma risulta difficile andare oltre la vistosa apparenza. Potrebbe essere superfluo inserire nella categoria tutti quei gruppi di post-adolescenti bellocci e ragazzine ammiccanti che partono da Disney Channel per fracassare i maroni al mondo intero, non mi dispiacerebbe che qualcuno se la prendesse con moderazione. Quando gli One Direction hanno violentato con un unico brano un pezzo dei Blondie e la gloriosa Teenage Kicks degli Undertones, la prima reazione è stata un attacco di riso isterico, e la seconda una voglia incontrollata di menarli a mani nude. Ho seri problemi a citare altri nomi del giro, li lascio sottintesi tanto nessuno ne è esente.

I Riempistadi Tricolore
Quando un artista italiano raccoglie centomila persone a San Siro, è doveroso girargli alla larga. Centomila persone che cantano in coro brani di dubbio spessore, compresi quelli degli ultimi dischi che fanno oggettivamente pena, duecentomila mani che ondeggiano, centomila accendini in aria. I grandi classici si chiamano Vasco e Ligabue, ma anche Jovanotti e Negramaro, il neomelodico che avanza sotto mentite spoglie, e se è avanzato un motivo ci sarà. Il tutto condito da una massiccia dose di retorica o di finta trasgressione da rockstar. La musica italiana non ha speranza.
Il fondo viene toccato quando i nostri lungimiranti organizzatori di concerti mettono assieme dei presunti festival con line-up mostruose, totalmente incoerenti e che risultano svilenti per quelli che in tutto il mondo civile sono considerati dei grossi nomi. Le diverse edizioni dell’Heineken Jammin’ Festival ci hanno regalato delle perle indimenticabili, tipo gli Interpol costretti a esibirsi come gruppo spalla dei Negramaro, facendomi vergognare di essere italiano più della mafia da esportazione, oppure andando indietro nel tempo i Jesus and Mary Chain che aprono Vasco alla primissima edizione della kermesse di Imola e vengono presi a bottigliate dal tollerante ed eclettico pubblico che stava lì unicamente per idolatrare il simbolo del nostro degrado musicale.

Gli Ex-Alternativi
Ci si ritaglia un ruolo importante in un panorama di nicchia. La soddisfazione personale di fare la musica che piace ed essere apprezzati da altre persone a cui piace lo stesso genere. Ma di sola soddisfazione non si campa, e così ci si reinventa personaggi mainstream. La disprezzabile parabola di Neffa, ma pure in maniera un po’ meno esasperata la brutta fine che hanno fatto i Bon Jovi negli anni 90. O i Green Day successivi a Dookie, ovvero per otto album su un totale di undici. Ci metto anche Elio e le Storie Tese, che pure apprezzo molto, sebbene non ne abbiano colpa, sono vittime di un processo di canonizzazione che non si addice loro per nulla. Ripensare a com’era tutto più bello una volta mette sempre angoscia.