paradossi della sicurezza (secondo red)

Un bel post di intesomale mi riporta al tema della “sicurezza” e dei suoi paradossi (o perversioni…) che avevo già affrontato sotto vari aspetti in passato.
Ora, probabilmente non è gran netiquette ri-pubblicare dei post passati, ma credo l’occasione sia utile per rimettervi almeno in parte mano.

Il primo post, passato abbastanza sotto traccia, si intitolava “modernità e sicurezza” e voleva analizzare il rapporto fra questa fase storica e la sua concezione (più o meno distorta) di “sicurezza”.
Trovo in realtà molte di queste considerazioni -come del successivo- già nel post di intesomale, ma forse le sfumature di approccio possono essere interessanti.
Il secondo post riguardava invece l’esperienza concreta vissuta ad Arusha sulle differenti concezioni di “sicurezza”, che si ribaltano in un sostanziale paradosso.

1)  Modernità e sicurezza
Ho già scritto e ribadito come la modernità abbia causato la frattura dei legami sociali che nel passato regolavano le esistenze individuali. Rottura che se da un lato ha aperto alla libertà e all’autonomia personale, liberando i singoli da vincoli culturali, sociali, economici, religiosi e tradizionali di appartenenza alla comunità (“dallo status al contratto” divenne espressione comune in ambito giuridico); dall’altro ha creato una forte incertezza relazionale.

Libertà ed incertezza vanno di pari passo: per usare il gergo di Niklas Luhmann, quanto più si è liberi, tanto meno si è prevedibili (in questo concorderebbe anche Albert-Laszlo Barabasi –qui due parole in proposito); di conseguenza, quanto più si è imprevedibili, tanto più si rischia difrustrare le aspettative altrui. Ovvero, si crea insicurezza per i consociati.

Incertezza sul comportamento degli altri, frustrazione delle nostre aspettative, reazioni inattese: tutto ciò crea insicurezza.

Insicurezza sociale, innanzitutto: mentre in comunità omogenee (come ben spiega Böckenförde) com’erano quelle premoderne (o totalitarie: vedere l’Iran degli ayatollah), le aspettative erano insoddisfatte solo di rado; in società nelle quali i membri per scelta o per origine fanno riferimento a sistemi culturali, morali etc. diversi (la tendenza alla diversificazione sociale di cui parla Luhmann), le aspettative saranno deluse molto più frequentemente.
Insicurezza politica, perchè per la stessa ragione sarà più difficile predire le idee, intenzioni ed i desideri del corpo politico.
Insicurezza economica, perchè coi legami di appartenenza di frantumano anche i legami di solidarietà (questo lo spiega bene anche Barabasi): difficilmente siamo disposti a prestare lo stesso aiuto a chi conosciamo ed identifichiamo come simile (quindi amico) ed agli sconosciuti.

Il rapporto con l’economia è particolarmente importante, perchè la gamma di scelte a disposizione di ciascuno dipende direttamente dalla sua disponibilità di mezzi. Teoricamente, potremmo quindi dire che più uno è benestante, tanto più diventa autonomo ed imprevedibile (per fare esempi banali, solo i ricchi si iscrivono a Scientology, solo i benestanti possono andare in India e restare folgorati dalla filosofia hindu, solo i benestanti si possono permettere un’assicurazione medica privata o di studiare alle università più prestigiose…).
Inoltre, la disponibilità economica crea nuove forme di sicurezza non più dipendenti dal gruppo di appartenenza, ma da sistemi universali (ad esempio: la sanità) che hanno come effetto l’ulteriore allontanamento dei singoli e disgregazione del gruppo.
Non a caso, questi sistemi universali si sono sviluppati solo in contemporanea con lo Stato “TRUDI” moderno: Stato che, controllando la fiscalità, aveva le risorse per garantire dei servizi sociali.

Ecco perchè tanto facilmente da situazioni di insicurrezza economica si “regredisce” a forme di chiusura identitaria (vedere la nascita del nazismo nella Germania degli anni ’20, l’avanzata elettorale della Lega Nord nel 2010). Questo concetto è spiegato bene da Tiziano Treu e Mauro Ceruti con la semplice formula: “la crescita delle diseguaglianze e il venir meno delle sicurezze acuiscono la fragilità dei legami personali e sociali, spingono a reazioni di chiusura, antisociali e antipolitiche, alimentano paure che si scaricano in forme di violenza e razzismo”.  Di cui, purtroppo, vediamo una frequentissima applicazione.
Questo è il senso del cosiddetto “dilemma di Böckenförde“, secondo il quale “Lo Stato liberale e secolarizzato vive su prerequisiti che egli stesso non può garantire“. Prerequisiti -omogeneità relativa- cui fino al recente passato si era supplito per mezzo del welfare.

Proprio per questo motivo vi sono due priorità sociali urgenti:
– da un lato, garantire una crescita economica ragionevole che non frustri le aspettative dei singoli;
– dall’altro, ricostruire forme di socializzazione che non ricalchino le vecchie appartenenze, ma favoriscano legami trasversali e duraturi fra i membri della società.

Mentre la prima questione potrebbe essere elusa (infatti, le aspettative dettate dalla crescita economica sono relativamente recenti e nulla impedisce di rivederle: la “precarietà” contemporanea ne è un esempio); la seconda impone una seria riflessione, una scelta fra la chiusura in nuove comunità relativamente omogenee (com’erano quelle statali all’inizio della modernità- vedasi Böckenförde, Hegel e Carl Schmitt- ma oggi sono difficilmente realizzabili poichè richiederebbero politiche “eliminazioniste” non più accettabili -come lo “scambio di popolazione” fra India e Pakistan, o la “pulizia etnica” in Ex-Jugoslavia- ed una totale estraniazione dal processo di globalizzazione); oppure puntare su forme di socialità dialetticadialogante: favorire l’incontro, il dialogo, l’interazione e l’accettazione reciproca fra identità anche potenzialmente conflittuali, ma componibili nei diversi sistemi sociali di interazione (in fondo questo è “lo spirito -liberale- del capitalismo”: un banchiere africano non dovrebbe porre ostacoli di appartenenza identitaria per fare un prestito ad un’altra persona, sia essa bianca, gialla, hutu, tutsi… ma questo, abbiamo visto con Idi Amin Dada e gli indiani, con Felicien Kabuga in Ruanda e persino nelle elezioni in Zimbabwe non è affatto scontato).
Tale soluzione è favorita inoltre dalla stessa frammentazione dei sotto-sistemi sociali nei quali agiamo (sempre Luhmann): lavoro, famiglia, appartenenza religiosa, politica, attività sportive o di volontariato coinvolgono solo una parte ristretta della nostra identità complessiva; parte che non deve essere necessariamente coincidente col resto, ma può variare e spetta solo al singolo ridurre questa molteplicità in un insieme “personale” coerente.
La proposta dialettica è stata avanzata già da Hannah Arendt (“Vita activa”), per la quale “l’agire” politico per eccellenza è la parola, il dialogo, l’apertura all’ascolto. Dialogo che esperienze storiche disparate dimostrano essere il miglio sistema per prevenire la violenza: assassini di massa come i serbi od i nazisti non riuscivano più a proseguire i loro massacri se parlavano con le vittime: le identificavano come essere umani- Semelin; proposta ripresa nel contesto multiculturale da Zagrebelsky ed in campo economico proprio da Ceruti e Treu.

Ovviamente, tale soluzione in un contesto politico come lo Stato non è facile: identità più forti possono avere il desiderio di costituire gruppi d’azione politica con specifiche finalità da estendere all’intera società (lo vediamo, ad esempio coi “DiCo” e col “testamento biologico”), anche imponendosi su identità divergenti. In sostanza, il rischio di una regressione totalitaria è sempre in agguato.
Proprio per tale ragione è necessario che le istituzioni rimangano sempre estranee ed indenni da tali influenze identitarie e di valori: esse nello Stato moderno (vedasi la Francia) devono fungere da strumenti di mediazione universali ed inclusivi, che consentono quindi la pacifica convivenza delle diverse tendenze presenti nel corpo sociale senza che nessuna di esse assuma posizioni egemoni in questioni fondamentali.

2) Il paradosso della sicurezza
La vita qui ad Arusha non esattamente “sicura” per gli standard occidentali: i rischi per l`incolumità personale degli stranieri sono abbastanza importanti e se anche non vi è alcun pericolo (a parte il traffico sregolato) nel camminare da soli in città durante il giorno, è veramente poco consigliabile farlo di notte.

Situazione completamente opposta, a quanto mi dicono, rispetto al Ruanda: lì soldati armati pattugliano le strade ed il rischio di subire furti o minacce è minimo.

Queste circostanze mi hanno spinto ad una riflessione sul nostro concetto di “sicurezza”, riflessione che mi porta a conclusioni in qualche modo paradossali: ci sentiamo più sicuri quando i nostri beni sono protetti anche se la nostra persona è esposta a rischi maggiori.
Infatti, in Ruanda come in Israele o in certi quartieri americani ci sentiamo sicuri data la diffusione di forze dell`ordine e di armi che impedisce qualsiasi azione violenta o aggressione per ragioni economiche. Ma questa protezione non ci garantisce affatto contro maggiori minacce per la nostra incolumità: se uno solo (o più) di quei soldati impazzisse o decide coscientemente di usare le armi di cui è dotato per aggredire, siamo esposti  a pericolo ben maggiori! (pensiamo, tanto per riportarci all’attualità al caso di Trayvon Martin).
Per converso, anche camminando la notte per Arusha, il rischio maggiore che potrò correre sarà solo quello di venir derubato di tutto quanto porto con me… La prima e più semplice precauzione è qui quella di non portare con se` nulla di prezioso, la seconda è di esser pronti a cedere alle minacce e consegnare tutto.
Solo nello stupido tentativo di opporre resistenza la nostra incolumità fisica e personale è esposta a seri rischi (ovviamente, come scoprirò in seguito, anche questa considerazione ha i suoi limiti, in quanto il “matto” può scappare anche qui).

Insomma, ho la forte impressione che la nostra comune percezione della sicurezza sia “sfocata”, sfasata: presti troppa importanza ad elementi tutto sommato secondari, come le nostre proprietà, e meno alla nostra incolumità.
Ecco, se qualcosa dovrebbe darci il senso di un “progresso andato storto”, credo questo sia un buon indicatore…