“La casa delle belle addormentate”, non una recensione

Uno degli ultimi libri che ho letto in questi mesi è “La casa delle belle addormentate” di Yasunari Kawabata, scrittore giapponese premio nobel per la letteratura. (Qui una recensione)
Non nego, anzi lo dichiaro apertamente, di averlo comprato perché nella quarta di copertina lo si presentava come una storia “erotica”. A quel punto, capirete bene, la curiosità si era installata in me.
Questo stesso giudizio viene ripreso con convinzione da un altro scrittore, Yukio Mishima, nella propria post-prefazione.

Ebbene, lessi il libro in pochi giorni (considerando che leggo con costanza solo nella mezz’ora mattutina di treno…) in un lampo.
Ad ogni pagina che si susseguiva, l’impressione che trattasse di erotismo mi scivolava fra le dita, come un nodo, una tensione che si sciolga sempre di più.
La trama del libro di Kawabata vuole che un vecchi (Eguchi) scopra il piacere di un postribolo nel quale si consente agli uomini di dormire -solo dormire!- affianco a giovani ragazze nude, addormentate tramite un potente sonnifero.
L’imperativo di “non fare scherzi alle ragazze” o sconcezze di qualsiasi genere è spesso oggetto di tentazione per il protagonista, ma mai egli arriva a violarlo.
Sesso? Solo in qualche memoria del protagonista: allusioni, ricordi onirici, sfumature perse nel tempo e confuse con le sensazioni, le emozioni, tutto edulcolorato dagli anni.
Nelle notti passate nella ‘Casa delle belle addormentate’ il protagonista si trova sempre di fronte a nuove ragazze e puntualmente, prima di addormentarsi egli stesso, ne esplora il corpo, osservando vuoi il loro seno, vuoi le labbra, vuoi le dita delle mani.

E proprio questo processo di lenta, limitata scoperta dei corpi, interrotto ed inframezzato dalla ri-scoperta delle proprie esperienze apre ad un dominio dei sensi difficilmente eguagliabile: Kawabata descrive l’aspetto delle ragazze, dal colore della loro pelle alle curve del collo; ma ne descrive anche l’odore che cattura o respinge Eguchi; persino il gusto.
Tanto che le ragazze alla fine assumono una dimensione quasi mistica come “statue di Buddha ed erano corpi vivi“, di un misticismo amplificato fino al parossismo grazie alla vicinanza alla morte rappresentata dalla vecchiaia del protagonista.
(Qui un altra recensione)

Un romanzo erotico? Direi di no.
Ma, probabilmente, è anche il mio gusto ad aver perso la raffinatezza necessaria a coglierlo.
Di certo, un romanzo ricco di sensualità.

Ricordo che alcuni anni fa trovai in un’altra libreria un libro che mi colpì molto: si trattata de “La casa dell’incesto” di Anais Nin.
Era relegato nello scaffale della letteratura “erotica” cui tutti passavano davanti come l’ingresso di un cinema porno. Eppure, il titolo ebbe un effetto quasi magnetico: lo presi in mano per sfogliarlo, anche se alla fine non lo comprai.
Comunque incuriosito, feci alcune rapide ricerche in rete per capire di che si trattasse.
Ebbene, scoprii con mio sommo stupore che -neppure in questo caso- si trattava di alcunché di erotico. Avendo già sentito il nome dell’autrice, la cosa mi lasciò in qualche modo sorpreso.
Ma l’inghippo era dietro l’angolo: Nin aveva voluto esprimere con quella sconcissima parola il senso di un rapporto non-puro, ma non di natura sessuale.
Il risultato della raffinatezza di Anais Nin si risolve così, a decenni dalla sua pubblicazione, in un equivoco per il quale i librai relegano, occultano, questo testo nell’enfer delle loro librerie, probabilmente spaventati, se non veramente schifati da quel riferimento.
Ecco, non solo ci si ferma alla copertina, ma si è completamente persa la capacità di percepire le nuances del linguaggio. Dell’esistenza.

Nessuna sorpresa, allora, se la meccanica e la ripetitività -per loro essenza superficiali- dominano un aspetto tanto importante della nostra vita come il sesso: siano le “cinquanta sfumature” (che di sfumanto, linguisticamente, non hanno nulla), sia un video porno (ricordate i commenti ‘tecnici’ di Siffredi sulle performances di Belen?), abbiamo sacrificato l’immaginazione, la suggestione, persino il misticismo, all’appariscenza. All’appiattimento.
Meccanico, splendidamente meccanico” scriveva Aldous Huxley per descrivere le performances sessuali ne “Il nuovo mondo”.