Tra Allende e Sasha Grey, riflessioni (non mie)

Questo post è dedicato sopratutto ai miei colleghi discutibili, oltre agli instancabili (assurdo che nonostante l’estate e nonostante noi siate ancora qui a darci soddisfazioni quotidiane) lettori.In questa redazione – e forse in tutte – si parla spessissimo di come trattare il tema “Erotismo”, se distinguerlo o meno dalla più torbida “pornografia”, se sia davvero interessante, o veramente necessario in un blog di quella che in Rai si chiamava “Varietà”.

Ci abbiamo provato con il Softcore di qualche settimana fa, che ha riscosso – dobbiamo ammettere – un certo successo.

Masticone in un commento mi ha chiesto di mostrare un po’ di pelle (una zizzina ogni tanto, nel suo lessico degno del peggior inferno dantesco e non) , oltre che serie riflessioni sui nostri argomenti. Il che mi ha portato a fare l’esperimento della foto in bikini di ieri, per dimostrare a chi come lui pensa che debba esserci ovunque pelle scoperta, che anche il sesso, la nudità, la seminudità, l’erotismo, se non sono proposti in un certo modo, valgono meno di niente.

Penso spesso a questo tema nella vera e propria letteratura di oggi, non la nostra, quella pubblicata da editoroni. Quanto va, se va, come funziona e se “tira”, o meglio se – come dicono intanti – è davvero l’unica cosa che “tira”. Non ricordo dove ho sentito che uno scrittore è vero scrittore se è capace di raccontare l’amore, la morte e il sesso.
E ce ne accorgiamo “a pelle” di quando il sesso è ben descritto: perché la pelle – appunto – brucia per qualcosa che abbiamo letto, o di quando ci fa storcere il naso e dire “che schifo”.Vi propongo quindi un approfondimento su questo tema, un articolo di un autore che mi piace molto, pubblicato sul Venerdì di questa settimana e che racchiude (con tanto di riferimento alla madrina dell’erotismo, nonché una delle autrici con cui sono cresciuta, Isabel Allende) tutto quello che anch’io penso sull’argomento.

 

Stupidario essenziale del piacere libertino diventato bestseller

(di Paolo di Paolo)

È l’unico terreno sul quale anche lo scrittore più talentuoso – stavo per dire più dotato – può fallire. No, non si tratta dell’amore. Prima o poi, all’esordiente come al venerato maestro capita di raccontare i propri personaggi fra le lenzuola.

Bisognerebbe fare molta attenzione, e invece – come accade per la poesia – nessuno si astiene. L’insistenza del mercato editoriale sulla linea delle Cinquanta sfumature, in attesa della versione cinematografica hollywoodiana, ha riversato in libreria una valanga di romanzi erotici. Non avranno lo stesso successo del capostipite – così come nessun vampiro successivo ha eguagliato Twilight e nessuna cuoca inesperta raggiunge le vette di Benedetta Parodi – ma non importa. La trilogia di Irene Cao pubblicata da Rizzoli (Io ti guardo, Io ti sento, Io ti voglio), l’ex pornostar Sasha Grey sempre per Rizzoli (The Juliette Society), The Vincent Boys di Abbi Glines per Mondadori: il catalogo è affollatissimo. I protagonisti? Si va dagli anni del liceo o del college alle soglie della terza età. Le trame giocano, più o meno consapevolmente, con gli stereotipi: la ragazza acqua e sapone vergine, «una bellezza innocente ma sfacciata», o – è il caso della trilogia di Irene Cao – una restauratrice di affreschi a Venezia che viene travolta da insolita passione per uno chef. E così abbiamo concentrato, in un solo libro a 5 euro, le due tendenze principali dell’editoria di quest’inizio decennio.

È divertente, ma non dovrebbe esserlo, la ricorrenza delle situazioni: l’italiana Elena come l’america Catherine hanno una vita serena e compagni di cui sono innamorate. Qual è il problema? Vorrebbero farlo più spesso. Stanno lì che sognano mentre i ragazzoni pensano al lavoro. Poi non lamentatevi se arrivano dal nulla lo chef o il professore di semiotica. Il resto è facile intuirlo. Su un piano letterario, prima ancora che scadenti, i risultati sono ripetitivi. L’orgasmo è sempre un’onda, «i brividi di piacere» sono intensi, i piccoli gemiti si emettono ogni sette pagine. Il tempo di ricevere da Filippo un annoiato messaggio tipo «Buongiorno, Bibi. Io già operativo, e tu? Mi manchi», che Bibi si è già distratta con Leonardo. Dopo appena 33 pagine, «Leonardo è a cavalcioni su di me. Mi afferra entrambe le mani con una delle sue e mi blocca i polsi sopra la testa con le dita, come a impedirmi ogni tentativo di fuga». A pag. 137, naturalmente, «gemiti di puro piacere». «Mi ha fatto sua prigioniera, una prigioniera che non ha nessuna intenzione di fuggire». Come hanno appreso dalla madrina E. L. James, Cao e Grey aggiungono una certa imperiosità, l’ombra di un po’ di violenza ai gesti di questi eroi del materasso. Danno ordini, strigliano, fanno i cattivi, i maneschi.

Ma si tratta di una parentesi: a fine libro si torna dal caro, vecchio, rassicurante fidanzato incollato all’iPhone.

Fare ironia è facile, in effetti. Tutto si ripete così identico da lasciare l’impressione che tanti romanzi siano stati prodotti da un unico software. Date le parole «marmo». «perlaceo», «gemito», «padrone», il risultato non cambia. Aggiungete un po’ di marchese de Sade in bignami, l’effetto YouPorn, qualche laccio e lacciuolo e il gioco è fatto. Troppo prevedibile? Certa narrativa fa della scarsa fantasia il proprio punto di forza. E forse è anche meglio, perché quando simili autori azzardano metafore fanno peggio: «per inciso» scrive Sasha Grey «se volete trafficare con il mio motore consiglierei di studiarvi la collocazione dei pezzi». Aiuto! Più avanti, il lui di turno «individua il mio punto segreto, a metà tra la clavicola e l’orecchio, una zona erogena che mi scioglie come un rebus». Chiamate Bartezzaghi.

Nella sua recente auto-antologia di pagine sull’eros – Amore (Feltrinelli) – Isabel Allende racconta: «Una volta lessi da qualche parte che la differenza tra l’erotismo e la pornografia è che nel primo caso si usa una piuma e nel secondo la gallina, ma per me la differenza è che la pornografia è copulazione meccanica mentre l’erotismo prevede sentimenti e una storia». Non è detto che ogni pagina sia riuscita: perfino Roth, Amis, Tom Wolfe e Murakami hanno avuto qualche nomination per il Bad Sex in Fiction Award, il premio per la peggior scena di sesso letteraria. E non c’è bisogno di scomodare il solito Henry Miller o il nostro – forse un po’ invecchiato – Moravia. Quando, nel romanzo La figlia della fortuna, Isabel Allende fa incontrare Eliza e Joaquìn dentro un guardaroba, tra cappelli e abiti e sanno di naftalina, più di ciò che fanno, conta ciò che sentono: «Erano grati al vento e alla pioggia sui tetti che dissimulavano gli scricchiolii del pavimento, ma il galoppare dei loro cuori e l’impeto del loro ansimare e dei sospiri d’amore erano talmente assordanti che non si capacitavano di come l’intera casa non si svegliasse». La piuma.

Il punto è questo: inventare immagini, giocare con il linguaggio prima che con la lingua dei personaggi, lasciare uno spazio all’implicito. Il semplice movimento della zip sul retro del vestito di Alice, in una pagina di Donald Barthelme, vale almeno un paio di trilogie. Alle Cinquanta sfumature, insomma, mancano proprio le sfumature. E mancano similitudini nuove. Owen ed Elsie, in un romanzo di Updike, Villaggi, stanno per fare l’amore in macchina, ma non è sicuro. «Quando lui procedette togliendole il reggiseno e sollevando ancor di più il maglioncino, il suo petto gli sembrò ben poco diverso dal proprio; un suo seno, tenuto in mano, era delicato come una lacrima che gli si gonfiasse nell’occhio». Più avanti: «La sensazione che lei scivolasse nello spazio sopra di lui come un aquilone di seta, come un angelo ficcato nell’angolo in alto di una Natività senese». Troppo? Forse. Però che meraviglia.

Poi mica è detto che si debba essere sfumati. Harold Brodkey dedica una ventina di pagine all’armeggiare di un ragazzo con la testa fra le gambe di una ragazza. Il racconto si chiama Innocenza ed è raccolto in Storie in modo quasi classico, riproposto qualche mese fa da Fandango: «Spiavo tutto con tale intensità che mi meravigliai non si alzasse dal letto coperta di imbarazzo; ma probabilmente non sapeva ciò che facevo, non poteva vedermi, ero laggiù nell’ombra, nel sotterraneo del suo sguardo». È la stessa ragazza di cui, nell’incipit, Brodkey scrive: «Vederla alla luce del sole era vedere il marxismo morire». Chapeau.

E il buon vecchio Roth? Si lamenta di essere considerato lo scrittore del sesso, quando – dice – ne ho scritto molto meno di quanto si creda. Non c’è da tornare a Lamento di Portnoy o al Teatro di Sabbath. Basta una pagina di Indignazione (2008): «La rapidità con cui mi aveva consentito di procedere – e quella lingua saettante, redazzante, planante che mi lambiva i denti e la lingua, e che è come il corpo spogliato della pelle – mi convinse a spostare con delicatezza la mano di lei sul cavallo dei miei pantaloni. E di nuovo non incontrai resistenza. Non ci fu battaglia». Sipario. E i più giovani? Spesso preferiscono l’ironia. L’israeliano Etgar Keret: «La lingua di mia moglie è liscia e gradevole. È il più bel posto del mondo. Se fosse un po’ più grande e un po’ più lunga mi ci trasferirei. Mi ci arrotolerei dentro come un pezzettino di pesce nel riso». L’americana Miranda July: «Non riuscivo a fare una mossa senza fare l’amore. Ogni volta che mi spostavo sulla sedia, alzavo la forchetta, mi scostavo i capelli dagli occhi, sembrava che mi muovessi in un mare di miele, lentamente e con mille sottintesi. Temevo che il nostro respiro fosse troppo rumoroso». Ecco, i sottintesi. Almeno nei libri, vi prego, lasciateli vivi.

(* Ora ve lo posso dire: ho messo Sasha Grey nel titolo per attirare la vostra attenzione. Se ci sono riuscita, abbiamo tutte le risposte del caso)