e.a.p – Bleachedgirl

Il segreto per diventare immortali? “Pianta un albero, educa un figlio, scrivi un libro” mi disse un giorno il professore di embriologia. Una massima di cui non si  conosce la paternità, attribuita al poeta Federico Garcìa Lorca, ma pure a Francis Bacon e a decine d’altri nomi. Altre volte è indicata come proverbio cinese, triste no? Scrivi un aforisma sul come sopravvivere alla morte ma l’aforisma sopravvive e il tuo nome no. Che sfiga.
Ad ogni modo, non capii bene allora e non capisco ora questa necessità di lasciare a tutti i costi un segno nel mondo, considerando che la mia aspirazione ultima è diventare un essere umano a impatto zero sul pianeta e ridurre al minimo le mie emissioni di CO2.
Un albero però, a differenza di un figlio o di un libro, non recherà mai il tuo nome. Forse che piantarlo serva a fare ammenda per la  propria carbon footprint? O piuttosto per lo spreco di cellulosa che è, in fin dei conti, il libro che hai scritto?
Ma a legger bene pure l’anonimo cinese si guarda bene dal suggerirti di pubblicarlo.

Pare che nel nostro paese vengano pubblicati ogni giorno circa 170 libri, per un totale di 55.000 titoli stampati l’anno. E che il 35% della tiratura di quei 170 libri sia destinato al macero. Tutti ne siamo persuasi: l’editoria naviga in cattivecattivissime acque, per via di tutti questi editori fasulli, scrittori da quattro soldi e quintali di carta straccia.
Secondo una stima dell WWF si ricavano in media 79.000 fogli A4 da un albero, dunque l’e.a.p distrugge un albero per ogni ottocento copie di un libro che, tra le altre cose, nel 60% dei casi non avrà manco un lettore (non era meglio aprire un blog?). Il detto cinese andrebbe rivisto un attimino in “Educa un figlio, e se ti fai pubblicare a pagamento vedi di piantare più di un albero, stronzo.”

Ma al di là della motivazione prettamente ecologica, io proprio non riesco a demonizzare questo malcostume dell’editoria a pagamento. Un malcostume non censurabile, in fin dei conti, come lo shatush, i wayfarer a specchio, il cinepanettone, il caffé annacquato, il travestitismo di johnny deep, scaccolarsi nell’abitacolo dell’auto eccetera eccetera. La bruttezza ci inquina da sempre e su tutti i fronti. E allora perché tanta rabbia nei confronti  dell’e.a.p?
Perché tanta rabbia nei confronti del povero stronzo che paga di sua tasca cinquemila/settemila euro per farsi prendere per il culo dai colleghi di Mododidire? Un po’ come sparare sulla Croce Rossa.

Il mercato è saturo di roba di scarso valore? I libri a pagamento trasgrediscono la nobilissima legge della domanda e dell’offerta? Ma chi se ne frega. La domanda di mercato la formula Satana in persona, acclamando saghe di vampiri, di casalinghe ditalinomani, smielosità alla Nicholas Sparks e via dicendo. Al punto che, se esistesse una domanda per un mio ipotetico libro, inizierei a farmi delle domande pure io.
Esiste un mercato che non sia malato? E quand’è che abbiamo accettato che la cultura diventasse di fatto un’industria culturale, che la veicolazione di contenuti dovesse soggiogarsi alle leggi di domanda e offerta?

E allora capisco che il mercato non c’entra una beata mazza, sono le velleità che ci fanno incazzare. Le velleità così masturbate financo su supporto cartaceo: ledono il nostro senso del pudore alla stregua di un atto osceno in luogo pubblico.  Ci fa incazzare il fatto che questi mezziscrittori si sentano tutti Kafka redivivi cui solo il tempo darà ragione. Ci fa incazzare che abbiano il coraggio di autopromuovere la propria mediocrità (salvo rari casi) sfacciatamente e si facciano recensire da critici occasionali senza arte né parte, pronti a lustrargli il culo per una copia omaggio o un piccolo compenso.
Mentre noi altri, noi nutriamo le stesse identiche ambizioni dei poveristronzi di cui sopra, ma le mutiliamo ogni giorno con discorsi sempre più surreali circa il merito-che-paga, le teniamo a bada con guinzagli di attese nell’ombra.
E poi finiamo per fare a pezzi tutto, incattiviti dalla retorica dell’umiltà.