e. a p. – bortocal

sono quasi fuori tempo massimo, lo so, per questo tema, ma volevo essere sicuro di avere qualcosa da dire.

e ora credo di avere una tesi sufficientemente controcorrente perché valga la pensa di provare a dirla, dopo tanti interventi stilisticamente creativi quanto conformisti nella sostanza, per dire, tutti assieme appassionatamente, contro l’editoria a pagamento tutto il male che si merita.

e che io non negherò.

ma…

* * *

l’unica volta, verso la fine degli anni Sessanta, che varcai la soglia di una casa editrice di corso XXIII marzo a Milano, attratto dal richiamo di una inserzione che segnalava “Cerchiamo giovani autori” su un quotidiano, e compresi dalle parole del viscido signore dall’aria mafiosa che mi stava seduto davanti che si trattava di una editrice a pagamento, me ne uscii schifato con l’aria colpevole di chi veniva fuori da un bordello e temeva di essere riconosciuto.

però, attenzione al dettaglio, please: da quel bordello uscivo come cliente, sia pure mancato.

mododidire ha detto una cosa giusta nel suo intervento sul tema:

“Combattere l’editoria a pagamento è fondamentale.

Si tratta infatti di un sistema che viola ogni banale legge del mercato per rispondere alla legge dell’autocompiacimento personale”.

oddio, mi domando se sia proprio così peccaminoso violare le leggi del mercato, che dopotutto non sono ancora codificate in nessun decalogo da imparare a memoria all’oratorio.

però è giusto dire che l’editoria a pagamento è un sistema dove si paga per avere un autocompiacimento personale.

esattamente come al bordello, direi.

* * *

però, detto questo e con relazione ai bordelli, c’è un’altra situazione morale molto peggiore che andare al bordello come cliente, ed è quella di andarci come prestatore o prestatrice d’opera.

qui si aggiunge infatti l’umiliazione…

* * *

però, intanto che vi chiedete dove voglio andare a parare, fatemi raccontare due aneddoti.

già, perché pare che, se diamo del concetto di letteratura a pagamento una accezione molto ampia, io possa essermi macchiato di questo crimine una volta, più tardi, nella mia vita.

frequentavo 25 anni fa un mezzo pazzoide che scriveva benissimo, poco dopo essermi separato, e viveva a due passi da casa mia; confrontavamo le nostre produzioni poetiche e una sera, scoprendo un tema che avevamo trattato entrambi, nacque l’idea di un libro a quattro mani dedicato al quartiere in cui vivevamo, il famoso Carmine, che poi fu anche il titolo del libro: quartiere allora malfamato per la prostituzione e la mala residuale dagli anni Cinquanta, oggi per gli extracomunitari e la movida.

in una sola notte di lavoro intensissimo e magico vedemmo le nostre poesie disporsi a coppia a formare degli incastri perfetti attorno a quattro sezioni, che erano come le quattro stagioni dell’anno, e venivano concluse da una poesia mia dedicata a lui e da una poesia sua dedicata a me.

la cosa ci sembrava una specie di miracolo e decidemmo di stamparcela da soli (io con lo pseudonimo che usavo allora, e che non è quello di oggi): il Circolo ARCI locale ci fece da copertura, il libretto uscì, costava 5.000 lire, e ne vendemmo un’esagerazione: 5.000 copie, praticamente ne entrò una copia in ogni casa del quartiere; avemmo perfino 15 righe di recensione sul minore dei due quotidiani locali che parlava di libretto dai toni pasoliniani e accennava, senza dirla, alla identità di uno dei due autori, io, che indubbiamente faceva scandalo con un libretto simile.

ci penso solo adesso, ma dovette esserci un buon margine di guadagno, ma se ci fu, rimase nelle tasche del mio presunto amico, perché io non mi occupavo di queste miserie.

del resto subito dopo fummo troppo impegnati a litigare financo in tribunale, perché io nell’andare in vacanza gli lasciai le chiavi di casa mia per eventuali emergenze, lui ne approfittò per frugare nei miei cassetti e scoprire una bozza di romanzo, dove raccontavo con toni esagitati la relazione che avevo avuto per un mese con la sua ragazza, che lui menava abitualmente e che era figlia di una craxiana, impegnata locale, che descrivevo poco amabilmente come una gran troia, politicamente parlando; aggiungo che per colorire la vicenda mi ero anche inventato di avere l’aids, per cui lui si sentì in dovere di fare una copia del tutto e di portarla alla madre della ragazza (con cui sono ancora in amicizia, peraltro).

ma tornando a noi: in quel caso avevo fatto editoria a pagamento, parrebbe.

però non mi sento in colpa, o almeno non per questo, principalmente…

*  * *

il secondo aneddoto ci avvicina di più alle mie conclusioni.

due giorni fa qui su wordpress ho letto l’ultimo topic di un vecchio compagno di blog (altra piattaforma): un ragazzo sensibile e creativo, ma dominato da una sete compulsiva di piacere a tutti; scriveva bene, ma quando arrivai a scoprire i commenti che mandava ad una fascista di quella piattaforma per metterci in cattiva luce e dichiararsi amico suo gli mandai una mail per dire che non volevo avere più a che fare con lui.

il tipo ha ripreso i contatti, anni dopo e io ho perdonato, anche se ora non gli sono certamente più affezionato; ora ha un blog su wordpress a cui sono abbonato, e così mi arrivano le notifiche dei suoi post sempre più spenti, autoreferenziali ed insignificanti.

ha il suo giro di estimatori, tuttavia, ed ha finalmente raggiunto il risultato della sua vita: ha pubblicato un romanzo presso una vera casa editrice e ha avuto quelle buone recensioni che non costano niente, perché servono alle case editrici per vendere.

e mi ricordo ancora la mail che ci mandò, segretamente e a sua insaputa contro una blogger che si vantava del suo ultimo libro di poesie, per dirci che aveva scoperto che quella era un’editrice a pagamento…

leggendo quel topic l’altroieri mi chiedevo depresso che cosa aveva spento una intelligenza così vivace e l’aveva trasformata in un mediocre conformista schiavo del successo editoriale.

ho una risposta megalomane e una realistica: quale preferite?

quella megalomane? lo sospettavo; eccola.

* * *

Caro Mauro,

quante letture dentro il tuo post, quante possibilità insieme alla malinconia di essere vivi. Piena di una bellezza che tentiamo di dire comunque.

Grazie di considerarmi un po’ tua figlia, mi fai pensare a Tabucchi e al suo allievo, Bajani, di cui non ancora letto il libro dedicato al Maestro.

Di certo per me lo sei stato e lo sei, un Maestro. Quello che ho creduto di meritare. 

Ti abbraccio,

l’espressione “Maestro” mi imbarazza non poco, considerando che da te piuttosto io avrei voluto imparare un certo stile che non si può imitare.
 
abbiamo avuto nello stile credo tutti un maestro a blogs.it, che non c’è più, e che aveva il dono di sollecitare le menti di tutti anche col silenzio e sapeva fare anche del silenzio uno stile.
 
la sua assenza si è fatta sentire e alla fine il gruppo si è disperso, ognuno di noi è ridiventato un poco di più se stesso; ci rimane l’eredità di una ricerca della bellezza che in me è frammentaria come sempre, ma in te molto più viva.

Avendolo conosciuto più di chiunque altro, e ancora meglio compreso, so che nemmeno lui si considerava un Maestro, men che meno un aggregatore di identità o di blog. 

Non ha mai creduto in una comunità del blog, ha creduto semmai in un cyber bar e in alcune stanze, e nella musica che da quelle stanze risuona in totale autonomia. 

Eri tu, Mauro, il faro in mezzo al mare, lo eri anche per lui, lo sei sempre stato e il fatto che tu non te ne sia più di tanto reso conto è la tua grandezza e mi dice che lo sarai fino alla fine.

lui era un maestro inconsapevole, e il suo insegnamento andava ben oltre il blog, dal quale restò sempre sostanzialmente in disparte.

quel che dici dopo di me e del mio ruolo nel blog mi lascia a bocca aperta, ma forse valeva per te e per pochi altri.
 
hai ragione, io non mi percepivo così, neppure ora mi percepisco così, che nella nuova piattaforma si sta aggregando una nuova piccola confraternita di amici, nella quale io mi sento sempre come l’ultima ruota del carro e non riesco a credere quel che invece dovrei vedere, che intimidisco con la mia personalità sovrabbondante e fuori dalle righe!
 
e che molti mi vogliono bene più di quanto io riesca a immaginare.
 
tu, con altri, sei stata e sei ancora di questi, e questo è un dono che si può pensare di non meritare e quindi anche non riuscire a riconoscere, ma è qualcosa che ci unisce ancora anche aldilà dei silenzi resi necessari dallo scorrere della vita e dei suoi eventi.
.
forte, eh? beh, io vi avevo avvisato.
 
* * *
 
insomma anche questo blogger trasferito ora su wordpress si sarebbe come afflosciato su se stesso (dal mio punto di vista) per la banale ragione che ha smesso di interagire con me, che per un certo periodo ho agito su di lui e su altri come un lievito, e loro altrettanto su di me.
.
ma ho anche un’altra spiegazione più mediocre, ed è quella a cui credo davvero.
.
lui si è spento invece perché è riuscito finalmente ad entrare nell’editoria vera, quella regolata dal pagamento dei lettori, quella dove l’autore non paga per essere fintamente pubblicato, così come invece a Palermo qualche anno fa i precari pagavano le scuole private per poterci insegnare e fare i punti…
.
ma dove l’autore, che è pagato, deve piegarsi alle regole del mercato.
.
insomma: l’editoria vera rovina lo scrittore, se non è fortissimo.
 
* * *
 
ed ora sciolgo la riserva e spiego la mia battuta enigmatica di qui sopra.
.
se l’editoria a pagamento è il bordello visto dalla parte del cliente, l’editoria di mercato è il bordello visto dalla parte della puttana.
.
io credo che internet renda il concetto stesso di pubblicazione assolutamente inutile, e mi sta bene essere un autore che non sarà mai pubblicato.
.
per mia libera scelta o scelta del mercato non mi importa: tra l’altro questa volta saremmo anche d’accordo entrambi…