e.a.p. – Redpoz

Ma tu guarda che tema siamo andati a pescare per questa settimana…..
Volete parlare di editoria a pagamento? Ebbene, parliamo di editoria a pagamento!
(curioso lapsus: scrivendo in fretta ho battuto “editoria appagamento“. Che, in fondo, è un pò il senso del tema).
Però dopo non stupitevi se scontento tutti.

Le voci degli stimati colleghi di blog si levano abbastanza unanimemente contro l’e.a.p. ed io, che del tema conosco poco o niente, trovo abbastanza appagamento nel fare il bastian contrario.
Se dopo qualcuno volesse anche farmelo fare a pagamento, lascio il numero di IBAN.

Dunque, secondo me: l’editoria a pagamento non è il male assoluto.
Forse non è un bene e di sicuro non è un bene assoluto. Ma, aldilà delle giuste critiche sulle “case editrici” che lucrano senza diffondere un prodotto editoriale a danno di quattro poveri allocchi, non mi sento di emettere un giudizio di condanna così radicale.
Guardiamoci in faccia: a settembre un certo gruppo di amici, che gestisce un certo sito, pagherà una certa casa editrice per stampare un certo libro.
(Masty, è inutile che ti nascondi…. sappiamo che ci sei in mezzo anche tu!!  :):):)).
No, ovviamente non parlo di persone discutibili. Ma di serissimi analisti socio-politici di una rispettabile regione del nord Italia (il che, detto francamente, restringe non poco il cerchio).
In altro ambito, ricordo che anche Neruda stesso cominciò la propria carriera letteraria pubblicando “a pagamento”, almeno così racconta nella propria autobiografia e non avrei motivo di non credergli.
Il grande poeta racconta di aver fatto stampare, a proprie spese e con l’impegno di rivenderle, alcune copie della sua prima raccolta di poesie e di essersi messo a bordo strada con una bancarella.
Ora, si potrà dire quel che si vuole di questi fatti, ma a mio avviso resta che senza tale iniziativa, probabilmente il mondo non avrebbe mai letto cose come “La Spagna nel cuore“. Che è tutto dire.

(…) Federico, te acuerdas
debajo de la tierra,
te acuerdas de mi casa con balcones en donde
la luz de junio ahogaba flores en tu boca?
Hermano, Hermano!
(…)
Preguntaréis por qué su poesia
no nos abla del sueño, de la hojas,
de los grandes volcanes de su pais natal?
.
Venid a ver la sangre por las calles,
venid a ver
la sangre por las calles,
venid a ver la sangre por las calles!
Pablo Neruda “La Spagna nel cuore” – “Explico algunas cosas

Qualche volta, il fine giustifica i mezzi.

Così come credo che gli amici di quel sito facciano bene a pubblicare anche in forma cartacea le riflessioni raccolte on-line durante gli ultimi anni, credo fermamente che anche Neruda abbia fatto bene a pubblicare.
Anzi, direi che era quasi un dovere morale!
Certo, se anziché rivolgersi a questa forme di e.a.p. avessero trovato una casa editrice “seria” disposta a pubblicare e pubblicizzare le loro opere, probabilmente sarebbe stato meglio.
Ma non sempre, specie per novellini senza alcuna forma di fama intellettuale alle spalle, è tanto facile.

Preferirei certo che le case editrici “serie” si facessero ancora carico di un’opera di selezione culturale, ma anche in questa ipotesi ho il vivo sospetto che non sarebbe sufficiente. E comunque sappiamo che non è esattamente così.
Forse Neruda avrebbe avuto un’altra chance in seguito ed avrebbe pubblicato comunque. Forse no.

Credo invece che se qualcuno è veramente convinto del proprio valore, deve anche farsi carico dei rischi che uscire allo scoperto comporta. Se siamo davvero persuasi di aver scritto qualcosa di significativo, forse un piccolo (?) sacrificio iniziale può trasformarsi nella propria rampa di lacio futura.

Insomma, ricordiamo che persino uno come Moccia è stato pubblicato….

Allora, se pure come mi dicono i colleghi l’e.a.p. è una truffa (sempre? quasi sempre?), se pure inonda il mercato di robaccia (un pò come la droga tagliata male….), se pure gli editori dopo ti prenderanno a pesci in faccia; io dico che si può anche correre il rischio.
In fondo, le truffe editoriali sono sempre esistite, in fondo leggiamo cose inqualificabili comunque, in fondo se gli editori nonstante l’occasione di leggere qualcosa di nuovo continuano a disdegnarlo è solo un problema loro.
Sarò un illuso, probabile, ma credo che se un prodotto è di qualità dargli l’occasione di “spiccare il volo” non sia mai negativo.
Alla luce di queste considerazioni, credo l’unica vera obbiezione sollevata dai colleghi sia il fatto che dopo le case editrici “serie” non vorranno pubblicare nulla passato attraverso l’e.a.p., quindi limitando fortemente la circolazione di opere significative. Ammesso sia così (devo credergli sulla parola), credo sia opportuno chiarire quale dev’essere il senso, la ragione del pubblicare.
A mio avviso, al netto di tutto l’appagamento personale dell’autore che può sentirsi più o meno giustamente “scrittore”, credo esso risieda nell’offrire agli altri un contributo culturale. Se dopo il ricorso all’e.a.p. questo è destinato a rimanere limitato, ciò è evidentemente un male. Ma se prima proprio non sarebbe esistito, non è assolutamente un male aver adoperato questo mezzo.

Ma così gira un sacco di merda!” mi si obbietterà (come la droga, ragazzi, come la droga).
Verissimo e cio è senza dubbio male, specie in un paese con lettori tanto poco attenti e tanto assuefatti a prodotti di bassissimo livello.
Ma la risposta a ciò non risiede nella condanna dell’e.a.p.: come detto, Moccia è stato pubblicato da case editrici “serissime” (ed altri esempi ve li dà Max). La risposta, come sempre, dovrebbe essere sociale. Ovvero, di diffusione sociale di una cultura della lettura.
Mi spiego rapidissimamente: se mia nonna novantenne legge “Chi” od un Harmony ciò non mi offende, nè mi preoccupa. Probabilmente, fu già un mezzo miracolo che le insegnassero a leggere e pretendere che oggi affrontasse Kundera sarebbe troppo.
Ma se beccassi mia sorella ventenne con un Harmony in mano od ul libro di Moccia, le taglierei una mano.
Si deve educare il pubblico alla lettura, alla selezione delle opere di qualità o meno. Dopo, lasciamo pure che navighino i mare aperto: sapranno districarsi fra ciò che vale e ciò che non vale. Ed allora l’e.a.p. sarà soltanto altra libera concorrenza, un’altra offerta a disposizione dei lettori. Ma questa educazione non può farla l’e.a.p.