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Ovvero: la lettera che, fortunatamente, Calvino non scrisse mai a Pavese *

Torino, 31 luglio 1947

Caro Cesare,
spero che tu stia bene, nonostante le poche notizie da te ricevute in questo ultimo periodo. Ti scrivo per comunicarti che ho terminato la collaborazione con Il politecnico di Vittorini, sono nuovamente in cerca di lavoro. Sono rimasto piuttosto amareggiato dalla scelta della rivista di interrrompere il rapporto lavorativo, anche se comprendo le ragioni che lo stesso Vittorini ha esposto a noi collaboratori, quelle di una ristrutturazione editoriale. Come potrai leggere nell’ultimo numero pubblicato, è necessaria una presa di distanze dall’eccesso di zelo e dal tono didascalico dei numeri precedenti, per usare le stesse sue parole: “abbiamo compilato, abbiamo tradotto, abbiamo esposto, abbiamo informato, abbiamo anche polemizzato, ma abbiamo detto ben poco di nuovo“. La scelta è perciò ricaduta sulla richiesta di collaborazioni fisse di grossa visibilità, come Preti o Fortini, con la proposta per il futuro di “creare e formare pur divulgando“. Ti confesso di aver avvertito nelle parole di Vittorini l’importante segnale di un grosso – e pericoloso – cambiamento sociale che andrà a penalizzare sempre più noi giovani non referenziati o senza pubblicazioni di rilievo, a favore dei grossi autori con il supporto delle case editrici. È la stessa spiacevole sensazione avuta dopo i rifiuti alla pubblicazione de Il sentiero dei nidi di ragno. Pur consapevole che le mie fossero velleità da neolaureato, e pur consapevole che il tuo suggerimento di scrivere un romanzo anziché disperdere le idee in una miriade di racconti fosse l’unica strada perseguibile, non riesco ora a trovare conforto nelle tue parole di approvazione e supporto per la validità del manoscritto. La risposta di tutti gli editori, compreso Giulio Einaudi in cui avevo creduto non solo per affinità di pensiero e nonostante i precedenti tentativi fallimentari, è stata la medesima: «Il testo è interessante, ma l’argomento, in questo periodo immediatamente post-bellico, è inflazionato. Potremmo pubblicarlo, certo, sotto il nostro nome, se lei in quanto autore fosse disposto ad accollarsi le spese di pubblicazione della stampa per un minimo di due-tre mila copie. Per minor tiratura, non mettiamo neanche in movimento la tipografia, non v’è convenienza.».
La tua amicizia, ora, m’è di conforto; so che puoi capire la rabbia bruciante del rifiuto, l’ingiustizia del privilegio. Non demordo, mi riservo di inviare Il sentiero all’editore Bompiani, non volendo lasciar nulla d’intentato – e sai quanto mi sia in antipatia raccontar della volpe e dell’uva. Avverto il tema come impegnativo, e ancora troppo vivo per averne una lucida interpretazione; eppure, rimango convinto della scelta, trattarlo con occhi di bambino per andar contro alla rispettabilità ben pensante, ché anche il peggior partigiani appaia come uomo migliore di coloro che sono rimasti al sicuro nelle città e nelle campagne. È questo indubbiamente l’aspetto meno immediato ad una lettura superficiale – e di ciò mi rammarico. Sto valutando se aggiungere al testo una breve prefazione che descriva esplicitamente gli obiettivi, o una qualche parola evocativa del sentimento che non vorrei rimenesse oscurato, purché ciò non vada a detrimento del testo. Non escludo un semplice richiamo evocativo in forma poetica, alcuni semplici versi che da un po’ di giorni mi ronzano nella mente. “Avevamo vent’anni e oltre il ponte / oltre il ponte ch’è in mano nemica / vedevam l’altra riva, la vita / tutto il bene del mondo oltre il ponte. / Tutto il male avevamo di fronte / tutto il bene avevamo nel cuore / a vent’anni la vita è oltre il ponte / oltre il fuoco comincia l’amore.
Attendo tue notizie e, se vorrai, alcune considerazioni al riguardo. Un caro abbraccio.

Italo

* una postilla: se da un lato questa lettera non è che la rappresentazione fantastica di uno scenario inquietante, quello che si sarebbe potuto verificare se fosse esistita l’editoria a pagamento in quegli anni (scenario ben spiegato nei precedenti post della presente sezione di Agorabili – questo, questo e quest’altro), dall’altro lato l’assenza fisica di libri non è uno scenario così improbabile e, per me, è anche abbastanza inquietante: una possibile realtà è il vivere in un luogo discretamente isolato per ragioni geografiche da non avere, ad esempio, accesso gratuito ad una biblioteca. Un luogo di questo tipo potrebbe essere (potrebbe, eh…) Lampedusa. Beh, supponiamo che lo sia. Anzi, no, non supponiamo: lo è. Scenario inquietante, ma con la fortuna di avere un sindaco un po’ visionario, che oltre a porsi la domanda (“Voi vivreste mai in una città dove non è possibile comprare dei libri?”) ha anche osato, semplicemente, chiederli: un libro come strumento di integrazione. Ecco, forse un vostro libro, che sia di Calvino o Pavese, Vonnegut o Pennac, Foster Wallace o Dostoevskij, di autore italiano o straniero, di letteratura o cucina, saggistica o narrativa, potrebbe entrare a far parte di questo progetto; così fosse, è sufficiente metterlo in una busta, andare all’ufficio postale e spedirlo dove indicato qui.
Non è un’ipotesi così remota. Un libro come strumento di integrazione, la sfida proposta. L’errore sarebbe non saperla ascoltare.