Gli ultimi – spero, senza retorica

(dato che lo ha fatto l’amico Bortocal, anche io invado l’angolo di Poz con un mio post)

Puoi dire che non è vero, ma lo è. Loro sono gli ultimi. Quelli dopo, quelli che hanno e che sanno ancora meno, sono fuori gioco. Li abbiamo calpestati, quelli dopo. Li lasciamo dormire sulle panchine, e poi diciamo: no, è vietato, come se dar loro multe che non potranno pagare fosse un modo per tutelarli dalla loro mancanza di un tetto. Le nostre leggi, in fondo, ci somigliano. Dove sono belle, hanno di bello quel che di bello abbiamo noi: lo sforzo e la fatica di tenere insieme le cose che altrimenti andrebbero in pezzi. Dove sono  brutte, invece, hanno quel che di brutto ha la nostra domenicalità borghese: la profonda ipocrisia con cui spingiamo in una stanza chiusa a chiave le cose che non siamo stati capaci di salvare dal declino.

Ma di quelli, di quelli dopo agli ultimi, di quelli fuori, degli abitanti del grande manicomio, del grande sanatorio senza salute che è il mondo nascosto sotto le siepi sporche della città, dove mamma ti dice: non toccare, ci sono le siringhe, io non so molto. Questo post è messo e mosso al mondo, invece, per quelli appena prima, quelli che ancora fanno parte delle mie giornate e delle vostre, dei nostri bar o di bar che assomigliano abbastanza ai nostri, solo ne fanno parte in maniera un po’ defilata… gli ultimi, insomma, i pensionati, i non del tutto falliti, i quasiesclusi.

Prima di salire sul treno da cui scrivo, ho mangiato un Currywurst a München Hauptbahnhof. A uno dei tavolini del chiosco stavano due uomini, vestiti molto male, ma non indecenti. Camicie aperte fino quasi all’ombelico, circa cinquant’anni, o forse quarantacinque portati male. A uno mancava qualche bottone. A entrambi mancavano un po’ di capelli. Avevano le mani e le braccia e la parlata di chi fa lavori manuali, ma non certo di quelli per cui non emetti fattura e ti arricchisci. E non erano gente di campagna, no, ma abitanti del sottobosco del quartiere malfamato ma non troppo che sta intorno alla Schillerstraße, e che un mio collega e insigne accademico ha definito con elegante classismo comunista-chic: il quartiere delle troie.

Ho chiesto, a gesti, se potevo appoggiarmi nel posto libero  accanto a loro. L’ho fatto apposta, a chiederlo a gesti. Volevo mi pensassero incapace di capire la loro lingua, mentre dopo sette anni ormai anche il dialetto boarisch non mi dà troppi problemi.

Ho attaccato il mio piatto e mentre masticavo ketchup, paprika e maiale morto, li ho ascoltati parlare. Di sfratti, di un affitto, di una sorella, di una moglie e, se ho capito bene le parti più ridacchiate, anche di una prostituta (o era un appellativo riferito alla sorella o alla moglie nominate poco prima?). Mentre parlavano, quello con tutti i bottoni (ma senza un incisivo) sfogliava una rivista pornografica. Soft, ma neanche tanto soft.

Allora mi sono guardato in giro. Ho messo in un angolo del piatto i miei problemi. Il Currywurst. Io sono il Currywurst. Man mano che mangio la mia vita passa e si consuma, ma  è una vita di lusso con problemi di lusso. Anche se pendolo come un coglione da un paese all’altro, anche se ho frignato e ruggito per un po’ di mobbing sul lavoro, anche se mi sveno per le mie solite tempeste e per qualche tempesta nuova, la mia è una vita di lusso. E i miei sono problemi da piccolo stronzo viziato. Dall’altro lato del piatto ho spinto le patate. Le patate sono più semplici. Hanno quasi tutte la stessa forma, costano meno, hanno un sapore elementare.  Sono i problemi di senzadente e senzabottone. A dire il vero, è a me che sembrano così, ma per loro sono la vita, e sono una vita che vale esattamente quanto la mia, e la vostra, probabilmente anche di più.

E poi c’è anche un pezzo del piatto che è rimasto vuoto, lo spazio deserto lasciato dai miei denti voraci. Quello in cui si sdraia chi non ha nemmeno le patate. Ma di quelli ho promesso che non avrei parlato.

Beh, sia come sia, si sa che i sensi di colpa di questo tipo hanno molto in comune con la rivista di senzadente: servono a divertirsi da soli guardando da lontano una riproduzione innocua delle tette del mondo.

Forse, se fossi stato Masticone, che ama questo topos nei suoi racconti, avrei teso le orecchie per cogliere qualche perla di saggezza, da uno dei miei due compagni di tavolo, per poi premiarla offrendo loro il pranzo e sentendomi ecumenico ma non abbastanza. Ma io non sono Masticone, sono timido e sono debole, per cui ho finito il mio piatto e mi sono allontanato.

E questa storia si conclude così. Io che cammino verso la tristezza quasi cattolica (non farti strane idee, dio di Roma, si fa per dire) del non aver del tutto capito i confini e i motivi della loro umanità. Loro, invece, infelici senza saperlo per un’ingiustizia poco chiara e difficile da descrivere, ma con le bocche piene delle risate di chi non ha nessun motivo per mettersi a giocare con la roba che ha nel piatto.