Il sopravvissuto- Redpoz

Così il primo tema lanciato è quel del “sopravvissuto”. Tema intrigante.
Vorrei prepararmi un pò prima di scrivere, rileggere i due/tre libri che mi ronzano in testa sul tema e cercare di farne un elaborato coerente.
Ma so che non ce la farei.

Il Sopravvissuto.
Il primo sopravvissuto della letteratura che mi viene in mente, probabilmente anche perché è stato il primo libro di una certa importanza che ho letto, è quello di Hemingway.
In Hemingway c’è sempre un sopravvissuto: il viejo nel “Il vecchio ed il mare” sopravvive ad una vita dura ed a tre giorni in mare aperto a lottare con il pesce; Maria in “Per chi suona la campana” sopravvive persino al suo grande amore, qualcosa di simile accade anche in “Isole nella corrente“; e più di tutti, accade al protagonista di “Addio alle armi” di sopravvivere all’amata ed al bambino.

Forse dovrei fermarmi qui, prendere in mano questi quattro libri e dire almeno una cosa intelligente su almeno uno di essi. Oppure potrei spendere una parola su Mario Benedetti ed il suo Edmundo Budiño in “Grazie per il fuoco” che sopravvive al figlio venuto ad ammazzarlo per il riscatto morale di tutto il paese e che invece si butta dalla finestra, rivelando al padre stesso tutta la propria meschinità.
Ma c’è un altro autore in cui il tema del sopravvissuto ritorna prepotentemente.
L’esempio più semplice sarebbe quello de “La peste“, con il medico che sopravvive all’epidemia di Orano che uccide tutti amici e conoscenti intorno a lui. Anche ne “Lo straniero” Maria sopravvive a Mersault. Ma probabilmente il sopravvissuto più interessante della produzione di Camus (almeno, di quella produzione di Camus che conosco) si trova ne “Il primo uomo“.
Che è un luogo strano per un sopravvissuto: se uno è il ‘primo’ a cosa sopravvive?
Intanto consideriamo che questo romanzo è sopravvissuto al proprio autore. E non, come sempre accade, come opera che permane aldilà della vita dello scrittore, ma in un senso molto concreto: fu rinvenuto nella macchina rabaltata a bordo strada col cadavere di Camus, ancora incompiuto. E’ sopravvissuto persino alla morte del proprio autore.
Ne “Il primo uomo” Camus racconta un lungo percorso di riscoperta del padre, della propria genealogia. Una genealogia strana per un bambino “sopravvissuto” al proprio padre, morto in guerra quando il primo era ancora troppo piccolo per averne memoria, in un contesto ancor più strano: quello dell’immigrazione francese in Algeria, un contesto che fra i tanti sopravvissuti ai viaggi ed agli stenti, toglie qualsiasi ancoraggio al passato “del continente”.
Insomma, qui i personaggi non sopravvivono solo e non tanto ad altri personaggi, quanto alla Vita ed alla Storia.
Il piccolo Camus sopravvive al proprio padre, affronta tutta una vita senza un riferimento, un modello familiare che gli faccia da guida e da sostegno, trovando invece simili figure di volta in volta, nello zio, nel maestro a scuola o nel capo al primo impiego. Figure che gli faranno da guida, in contesti frammentati ed isolati, senza avere un riferimento costante nella propria esistenza come dovrebbe essere un padre.
Una simile mancanza ovviamente incide in profondità la formazione di una persona.
Il padre, a sua volta, sopravvive ad un distacco con quella storia che la Francia nel “continente” si era costruita anno, dopo anno, dopo anno (anzi: événement dopo événement, dopo événement) sino a divenire quel riferimento culturale e politico per tutti i propri citoyens aldiquà od aldilà del mare. Sopravvive ad uno sradicamento.
Come il figlio, anche se di genere diverso: al primo vengono tolte le radici patrie, al secondo quelle familiari. Così, entrambi affrontano un “esser sopravvissuti” che potremmo definire “cosmico”: l’esser sopravvissuti alla fine di tutti i riferimenti su cui si fonda una vita. In qualche modo, padre e figlio -ciascuno per proprio conto- sono sopravvissuti ad una fine del mondo.
Ed entrambi vanno soli nel mondo, costruendo essi stessi la loro esistenza senza una vera base d’appoggio. E questa solitudine, questo sopravvivere all’alienazione, allo sradicamento di quelli che normalmente sono i fondamenti di un’esistenza costringono allo sforzo di costruire qualcosa senza fondamenta, qualcosa che -come ne “Il cavaliere inesistente” di Calvino- deve affermare il proprio essere giorno per giorno, solo con uno sforzo della propria volontà.

La potenza della figura del sopravvissuto ne “La peste” è qualcosa di eccezionale cui certo non saprei rendere giustizia: il dott. Rieux che assiste alla morte ad epidemia quasi terminata dell’amico finalmente incontrato Tarrou lascia quasi interdetti.
Non solo i protagonisti affrontato la sopravvivenza giorno per giorno, contro un morbo dalla potenza inqualificabile che miete vittime tutto attorno a loro, fra i forti ed i deboli, fra i colpevoli e gli innocenti, fra amici e nemici, fra vicini e lontani; ma addirittura Rieux si trova a subire (perché il sopravvivere si subisce sempre) tale sorte proprio nel momento in cui si era avvicinato tanto ad un’altra persona da sentirla fraterna.
Tutto nella scelta di questa particolare vicenda del libro, nel suo contesto, rende tale sorte quasi indigeribile: l’avvicinamento fra Rieux e Tarrou si era compiuto appena poco prima, nel comune lavoro contro l’epidemia; la notizia della morte della moglie di Rieux che lascia quest’ultimo ancora più solo; la certezza che la peste sta per essere sconfitta e persino la -brevissima- illusione che il siero possa rivelarsi efficace. In così poche pagine Camus condensa illusione e desolazione. Sino a lasciar Rieux, sopravvissuto all’amico ed alla peste, tanto solo quanto lo aveva presentato nelle pagine iniziali. Anzi, forse ancor di più.
L’immagine di un uomo sopravvissuto ad un’epidemia che ha decimato la sua città, ancora più solo di quanto non fosse inizialmente dopo aver almeno per un attimo incontrato un vero sentimento di umana amicizia, richiama alla mente le parole usate nel film “This must be the place“: “Vi sono molti modi di morire, il peggiore è sopravvivere“.

Mersault, ne “Lo straniero“, contrariamente, muore: viene giustiziato, perché per giustizia non poteva sopravvivere al suo omicidio. Semmai, lui lascia che siano gli altri a sopravvivergli: Maria, i giudici, i conoscenti alla spiaggia (Raymond), il parrocco… persino dio.
Ma nella simbologia, splendidamente presentata nella retorica processuale, forse il crimine più grande di Mersault è prioprio quel suo esser sopravvissuto alla madre, morta all’inizio del racconto. L’intera pianta accusatoria deve dimostrarne l’immoralità per ottenere la condanna e lo fa proprio sulla base dei suoi comportamenti al capezzale della madre (“ Che importa se un uomo accusato di assassinio è condannato a morte per non aver pianto ai funerali di sua madre?“).
Persino nel rifiuto dell’estremo sacramento, nell’ultimo dialogo con parroco che viene a raccoglierne l’ultima confessione, si intravede un senso di sopravvivenza: Mersault che sopravvive all’idea di dio, che non si piega ad essa neanche quando tutte le circostanze lo suggerirebbero. “Cinismo” si legge in qualche commento. Forse lo è. Ma se di cinismo si tratta, è il cinismo di un uomo messo di fronte all’impossibilità di sopravvivere, alla coscienza che tutti gli altri domani esisteranno ancora; non lui.
L’epilogo de “Lo straniero” aggiunge a questa percezione di sopravvivenza un tono corale, quando Mersault arriva ad augurarsi “Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”. Tutti spettatori che gli sopravviveranno, che serberanno in loro il ricordo, l’emozione della ghigliottina e la lezione civile e morale imposta dal diritto penale.

Il rovesciamento, umano ed anche etico, fra “La peste” e “Lo straniero” è totale e non potrebbe esser maggiore, come d’altronde lo è fra il sopravvivere ed il veder sopravvivere gli altri.

Ok, senza perdermi in tante elucubrazioni, forse era meglio se avessi parlato di Hemingway.