La volta che sono andato a Graceland

Se c’è una cosa che proprio non sopporto nella natura umana è quel tentativo di scoraggiare sempre quelli che vogliono imbarcarsi in nuove avventure.

Quando dissi a tutti i miei amici che intendevo assolutamente andare a Graceland, la casa di Elvis, a Memphis, Tennessee, e che per me era una specie di pellegrinaggio mistico tanto quanto lo era stato andare a Freehold, il posto dove era cresciuto il Boss, tutti cercarono di dissuadermi. I motivi che cercarono di addurre furono ampi e variegati all’amarena. Si partiva dal mio aspetto non propriamente da duro che avrebbe avuto come conseguenza una morte violenta o al fatto che, quando fermato dalla polizia per eccesso di velocità, cosa che tutti davano per scontato, mi avrebbero messo di nascosto droga in tasca e sarei finito in galera dove chiunque mi avrebbe sodomizzato, anche se l’opzione bestioni afroamericani era quella che divertiva di più.

Mia moglie, l’amerikana, che mi conosceva meglio di tutti accettò, sia pur a malincuore, ma solo dopo avermi fatto giurare sulla loro Bibbia (che è fasulla lo sanno tutti, quindi caro Dio, non vale, non devo ricordartelo) tre o quattro volte che non avrei cercato di sbattermi qualche altra gallinella americana sulla strada.

Quando si dice la fiducia.

Presi così un volo Delta, atterrai ad Atlanta, noleggiai un auto e mi misi sulla strada.

Forse, però, dopo tutto, avrei dovuto controllare le previsione del tempo prima di partire. Un cazzo di uragano dal nome esotico stava avanzando da sud e nel giro di poche ore avrebbe risucchiato prima tutta la Georgia e poi il Tennessee nel suo vortice di anomalo caos atmosferico. Una stima di non so quanti milioni di persone si sarebbe riversate sulle strade ed era il caso di stare immobili o di correre forte.  Ma non da solo. Solo un pazzo l’avrebbe fatto.  Restituii la macchina e cercai tra gli annunci al Campus Universitario e sui giornali per vedere se c’era qualcuno che aveva intenzione di fare la mia stessa strada. Gli americani in questo sono avanti mezzo secolo rispetto a noi e infatti non ci misi molto a trovare l’equipaggio giusto. Eravamo io, due “redneck” finiti ad Atlanta per non ricordo nemmeno quale cavolo di motivo e che dovevano tornare a casa prima che l’Uragano arrivasse in città e CJ, una bella ragazza che faceva la stilista di moda. O meglio faceva “la negra” di uno stilista di moda dal nome sconosciuto che la usava come bassa manovalanza senza pagarle che spiccioli. Ci raccontò, durante il viaggio che facemmo con la sua macchina, che  lei voleva imparare il mestiere e metterne su una propria e che quindi era molto determinata anche a soffrir molto per ottenere quanto ambiva. E proprio questo suo fuoco sacro era per noi  la garanzia che lei avrebbe battuto sul tempo l’Uragano e sarebbe arrivata a Memphis per partecipare all’organizzazione della sfilata a cui aveva dedicato molte ore nell’aiutare a disegnare la collezione che il tipo avrebbe esibito.

Non so quanto abile fosse con i disegni ma alla guida era un vero asso. E conosceva anche le backstreets che aiutarono a bypassare la massa di veicoli che si stavano spostando da Atlanta, così che,  in una notte di viaggio arrivammo a Memphis. I due buzzurroni dormirono tutto il tempo e fui l’unico a tener compagnia a CJ che era al volante e scoprii la bellezza dell’accento delle donne del sud. E la loro grande tenerezza. Fu lei che mi insegnò come si capisce che tipo di uragano arriverà. Prima di risalire in macchina durante una sosta tecnica si mise accanto a me a guardare la pioggia:

“Questo è il classico clima pre-uragano” mi disse “La pioggia è davvero sottile e vaporosa. Penso che questo sarà cattivo.”

Quando ci salutammo, sulla Beale Street, dopo aver pagato il mio obolo per il viaggio, resistetti al desiderio di chiederle il numero di telefono. Avevo giurato su una Bibbia fasulla, ma, quello lassù, dicono che se gli piglia male non sta mica a guardare a queste cose.Trovai un  Knight’s Inn con una grande e brutta collezione di stanze stile motel costruite intorno a una piccola piscina e un untuoso ristorante.  Il posto odorava di birra cattiva e prodotti per la pulizia e sembrava stesse aperto solo per spremere denaro agli ignari. L’uomo alla reception si aprì in un sorrisone ben collaudato. Non sembrava preoccupato dell’uragano, ma immagino fosse abituati a cose simili. E passai due giorni dentro quella stanza senza uscire. Al telefono. Con tutti che mi mandavano messaggi su quanto coglione fossi stato e a dirmi che loro me l’avevano detto. In realtà quando arrivò a Memphis l’uragano era già stato declassato a tempesta tropicale e non provocò danni.

Il giorno dopo noleggiai di nuovo una macchina da una agenzia esosa ma che era vicino all’albergaccio e cominciai il mio tour. E, mentre guidavo attraverso quelle dolci colline pensavo alla grande musica che la città ha prodotto: Elvis, Otis Redding, Rufus e Carla Thomas. Avevo sentito molte cose su Memphis ma la mia unica immagine visiva proveniva dal film Mystery Train che descrive una città povera e piena di fantasmi del passato. E non fui sorpreso allora di trovare molte aree sporche con giardini attorno a case pericolanti tramutati in discariche multiuso. Avendo perso la strada passai attraverso un’area nera che è quel che in America si definisce un progetto. Era inzaccherata e vuota e misera proprio l’opposto dell’immagine di una città che attrae milioni di turisti ogni anno. Tuttavia, nonostante tutto ciò, Memphis rimane una città affascinante dove si possono trovare tavole calde consumate con i sedili di finta pelle rossa e jukebox scassati e con cameriere di cinquant’anni con una sigaretta in bocca e una pettinatura anni ’50. Tinta di nero. E si paga ciò che hai comprato ben sapendo che, comunque sia, hai quantità illimitate di caffè incluse nel prezzo.

Prima di andare a Graceland però, dovevo rendere omaggio a un paio di altre cose. Prima di tutto ai minuscoli Sun Studios. Il luogo dove Sam Phillips mise in piedi la fucina da dove sono usciti mostri del rock ‘n roll. Non solo “The pelvis” ma anche Johnny Cash, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins. Poi dovevo assolutamente andare al “Lorraine Hotel”, al 450 di Mulberry. Il luogo dove hanno assassinato Martin Luther King. Quando ci arrivai era deserto. Quasi surreale.

Non c’era nessuno.

Nessuno vuol dire nessuno.

Nemmeno un cane che abbaiava.

E, adesso, non so dire meglio, ecco, mi venne da piangere. Cazzo ne so. Piansi e basta. Senza riuscire a smettere.

Andai anche a vedere il reverendo Al Green dire Messa di ringraziamento per lo scampato pericolo dell’uragano. No. Voglio dire. Mister Al Green in persona. E poi nei bar lungo Beale Street a sentire gruppi suonare un roadhouse blues elettrico di cui se ne trovano simili in ogni Hard Rock Cafè in giro per il mondo. I grandi chitarristi di Memphis hanno insegnato al resto del mondo a suonare in modo moderno eppure la città oggi guarda indietro e non avanti. Mi ricorda molto la nostra Firenze da quel punto di vista. Anche Memphis è  felice di commerciare sulle proprie memorie senza aprire al nuovo eppure i quattro di Beatles quando incontrarono Steve Cropper dei Booker T & the MG’s, a Londra, nel 1967 si disposero in fila davanti a lui e fecero un profondo inchino per omaggiare il suo genio.

E anche Graceland è un macabro santuario delle possibilità di lucrare sull’eredità del Re. Ci arriva gente da tutti gli States. Un mondo che non ti immagini. Molti convinti che Elvis non sia davvero morto, altri pensando che possa far loro una qualche grazia. Una specie di Padre Pio. E la proprietà si è ben organizzata. Ti fanno aspettare sotto, nel super mega parcheggione che hanno adibito a stazione di partenza delle navette che portano su, a Graceland. L’ultima dimora di Elvis. Non prima di averti tentato di vendere qualsiasi puttanata griffata Presley. E, quando alla fine esci dalla navetta, ti devi mettere in fila indiana e seguire il percorso obbligato che ti fanno fare per visitare il piano terra della casa. Il secondo, quello in cui lui è morto, seduto sul cesso,  è inibito al pubblico. E  mentre sei in quelle condizioni ti senti una pecora incapace di poter prendere alcuna decisione che non sia già stata presa da altri per te. Eppure, lo stesso, la pancia mi si è contorta. E quando sono entrato nella “Jungle room” ho sentito i brividi perchè sapevo che l’aveva voluta a quel modo per sentirsi diverso. E ci aveva inciso un album. Proprio là. E nella sua stravaganza mi sembrava persino normale. E sopra ogni cosa riuscivo a sentire il suo dolore. Il dolore di quegli ultimi anni. Là a Graceland, chi di voi ci andrà troverà, tanti saltimbanchi, molti venditori di cianfrusaglie e la sua tomba in giardino, ma, chi deciderà di andare oltre, chi vorrà sintonizzarsi con l’Universo,  troverà anche il dolore di Elvis.

Io l’ho sentito.

E adesso che ci ripens0 lo sento ancora. Ora come allora.

Sono rimasto a Memphis qualche giorno poi proseguii per Nashville che era l’altra tappa importante del mio giro. A Nashville si imparava a suonare la chitarra seguendo le regole. A Memphis le avevano infrante tutte suonando strumenti rotti su equipaggiamenti male assortiti inventando nuovi generi musicali. La storia della musica di Memphis è una storia di errori.

Prima di ripartire, proprio a due isolati da Beale Street, rincontrai CJ. Stavo uscendo dal Gibson Guitar Plant, un imponente edificio monolitico  circondato da grandi parcheggi vuoti. Ero triste perchè era svanita l’idea di comprare una Gibson a prezzo scontato. Il negozio della fabbrica era più caro dei negozi normali perchè una marea di turisti è pronta a pagare oltre misura per comprare una Gibson alla fonte. Lei era però molto più triste di me. Stava quasi piangendo. Le sorrisi e fui felice di vedere che mi aveva riconosciuto. Disse che la sfilata era andata bene ma lo stilista non era felice. Sentiva che quella passerella era la visione di CJ non la propria e l’aveva licenziata.

“Ma non può licenziarti” le dissi ” non ti stava pagando. Stavi lavorando gratis”

“Questa cosa non mi fa star meglio” mi rispose.

Riuscivo a capire la sua sofferenza. Si sentiva tradita e respinta. In un momento di slancio pensai a tutte le donne abbandonate da uomini troppo egoisti per lasciar perdere il proprio sogno di una vita.  La invitai a pranzo e la ascoltai mentre raccontava tutta la storia evitando di dirle che anche in Italia gli stilisti che ce l’avevano fatta si sono comportati spesso allo stesso modo. Mi disse:

“Sai, mentre disegnavo per quello stronzo, un tizio mi aveva chiesto di sposarlo e fare su  famiglia. Ma da queste parti in genere la vita che viene regalata alle donne come quella che cercava lui è mica tanto bella sai? sono certo avrai visto molti film in merito. Beh, sono tutti veri.”

” Te ci riuscirai CJ ne sono certo, hai gli occhi della tigre. Li so riconoscere.”

“Non ho mai rimpianto di aver mandato al diavolo il mio boy-friend che mi voleva moglie e mamma a casa a fare solo la torta di mele per lui che tornava a casa la sera. Ma adesso che ho perso tutto, forse ho proprio sbagliato.”

Quando ci salutammo mi diede un bacino dolce, con quel sorriso americano che ho visto milioni di altre volte che sta per “E’ stato bello averti incontrato ma non facciamoci illusioni che ci rivedremo. Cerca di star bene, se puoi, e vai avanti con la tua vita.”

E aveva ragione lei.

Non ho più visto nè mai più sentito CJ, ma giuro che quando prego il mio Dio, quello che non so chi sia davvero, l’ho sempre aggiunta alla lista di cose di cui lui deve aver cura.

Take care CJ