Il sopravvissuto – Wish

50 anni. Sarebbero stati 50 anni di matrimonio, pensava Tullio. Se lei ci fosse stata. Se non se ne fosse andata il 10 giugno. Era settembre, una di quelle giornate che a Tullio piacevano tanto. Tullio era affacciato alla finestra della cucina, al secondo piano, e guardava il mare, a poco più di cento metri di distanza.

Il libeccio, che aveva schiaffeggiato la costa per tutto il giorno precedente, aveva lasciato spazio al maestrale, che accarezzava le onde del mare, che da alte e nervose erano diventate lunghe e tranquille. Le creste bianche erano sollevate dal vento, disegnando dei baffi nell’aria che riportavano Tullio indietro nel tempo, un tempo lontano, il tempo in cui Tullio e Marta erano giovani, e vivevano lì, e le bambine erano nate da poco. E Tullio si alzava la mattina, preparava il caffè, ne portava una tazza a Marta per svegliarla, e poi tornava in cucina e sorseggiava il suo, guardando il mare. E quelle giornate di maestrale erano le più belle, perché il maestrale portava il bel tempo, e perché i colori del mare e del cielo erano brillanti, nitidi. Ne avevano fatte di cose, insieme. E il fatto che lei non ci fosse più portava inevitabilmente il pensiero sulle cose belle, lasciando da parte quelle meno piacevoli.

Un giorno era tornato a casa e l’aveva trovata svenuta, un mucchietto a terra. E lì era cominciata l’ordalia. Una forma di tumore del sangue, rarissima. Questo avevano detto. 10 anni di patimenti, mentre lei andava spegnendosi giorno dopo giorno. Nelle ultime settimane prima del 10 giugno le figlie avevano contattato un’associazione di medici che praticano la terapia del dolore, perché Marta aveva iniziato a soffrire, e molto. Sino all’epilogo, gli ultimi due giorni, nei quali era stata sempre addormentata. E se n’era andata così, nel sonno, e proprio come si legge nei libri l’ultimo respiro lo aveva esalato dopo aver preso fiato a fondo. E poi niente più.

Tullio era caduto in uno stato di torpore, aveva vissuto tutto ciò che era successo dopo come se lo stesse guardando da fuori. Le visite di cortesia, il medico legale, i becchini, la camera ardente, il funerale. Ricordava dei particolari insignificanti. Il velo posto sulla bara, quella specie di garzina, aveva una grinza vicino alla mano destra. Angelo, l’amico di sempre, che era venuto a salutarlo, aveva una macchiolina sulla scarpa. E tante altre piccole cose. Le ragazze (così chiamava le figlie, anche ora che erano donne fatte, con figli grandi a loro volta) erano state bravissime, lo avevano sollevato da ogni incombenza. Lui pensava solo che si sentiva come se fosse sopravvissuto ad uno tsunami, ma il sentimento non era di sollievo.

Tullio continuava a guardare il mare, lo aveva sempre adorato. Aveva un effetto rilassante su di lui. Non era mai andato al cimitero, sulla tomba di Marta, dopo il funerale. Lo trovava inutile. E privo di significato. Molti avevano provato a dirgli di andare, che sarebbe stato un sollievo. Stronzate, pensava Tullio. E però, improvvisamente, proprio mentre guardava il mare, sentì che doveva andare.

Scavalcò la finestra e si lasciò andare.