Il caos è morto

Fratello caro,

adesso che ti sto per lasciare l’unica parola che mi viene da associare a te è “ricordi”. Sei il mio album di fotografie che io ogni giorno ho ingoiato come ostie benedette e il legame con tutti i nostri cari già scomparsi. Proprio tu che muori ogni giorno dilaniato dall’altalena di ciò che sei diventato. Essere stata tua sorella gemella non è stato semplice. Vedere dentro i tuoi fallimenti i prodromi di quelli che sarebbero poi stati i miei è stata un’esperienza devastante. A te lascio i miei averi,  del resto sei comunque il mio unico erede legittimo. Ricordati l’assicurazione sulla vita che ti darà ossigeno, i miei dipinti, i miei libri, le mie idee.  Non farti mangiare l’appartamento dagli usurai e, se puoi, sii sereno. O almeno cerca di provarci.  E se proprio non potrai farne a meno parla pure male di me, non mi offenderò, ma mai con pietà ti prego. Di pure che ero senza speranza e che i tuoi amici, quelli specializzati in malattie della mente, i neurologi e poi dopo gli psicologi, l’avevano detto. Spero tu un giorno possa tornare a esercitare come medico, anche se l’essere diventato alcolizzato è oggettivamente un ostacolo piuttosto grande da superare. Se l’ordine professionale ti ha sospeso in fondo è perché ha le sue buone ragioni. I miei giorni che non vivrò saranno anche dentro quella laurea che è stata conquistata da entrambi e da entrambi così stupidamente sprecata. Come in tutti i classici addii, devo però confessarti una cosa, e sperare nella tua comprensione. Sono certa che inizialmente ti arrabbierai, ma alla fine capirai il senso e la volontà. Credo ti rammenti bene il periodo in cui la tua fidanzata riceveva lettere e telefonate anonime che le riferivano dei tuoi numerosissimi tradimenti. Il tutto corredato di foto e  lettere, che la cretina non ha mai comunque fatto verificare da alcun professionista. Questo è stato fonte di continui litigi, ed alla fine della rottura definitiva del vostro legame. Avrai forse già capito che l’artefice di tutto questo sono stata io. La tua personale deus ex machina amorevole e familiare  che ha scelto in vece tua, la donna che ha preso per un po’ il posto del destino.  Adesso so che sei sereno, ed a tratti persino felice. Quella donna ti stava uccidendo come l’ictus maledetto, l’alcool, la droga, i tuoi sogni, le tua inadeguatezza,   ed io non potevo permettere questo.  Ho scelto di vincere io almeno una delle tue paure e ho pianto lacrime gialle. Io che sto per morire ti insegno cosa è la sopravvivenza. Ti lascio questo insieme all’eredità e ai miei libri.

Caro socio,

ti lascio alcune righe. Non credere siano per affetto o riconoscenza. Avrei fatto volentieri a meno di includerti nell’elenco di persone da ricordare prima di andarmene, ma il dovere ci accompagna fino agli ultimi attimi di vita. Non mi dilungherò su quanto credo tu debba sapere, perché fondamentalmente conosco molto bene la persona gretta che sei. Hai sempre pensato solo ed esclusivamente ai soldi, a come accumularli e farli diventare un modo per riempire il vuoto della tua esistenza. Non hai mai guardato oltre la punta della tua scarpa né tantomeno ascoltato nessuno che non ti portasse un vantaggio immediato concretamente misurabile. Devo riconoscere che a me hai dato fiducia, nominandomi amministratore unico della società che abbiamo fondato tanti anni fa, ma sinceramente parlerei più di merito da parte mia, lavorando con orari improponibili, prendendo stipendi spesso inferiori ai nostri operai, ignorando festività ed impegni personali. Mi sono piegata mentalmente di fronte a te, facendomi stuprare ogni giorno l’orgoglio e la volontà. Ti chiedevo condivisione, partecipazione, aiuto nella gestione della parte economica, ma tu facevi spallucce. Per te l’importante era il leasing dell’auto sempre più lunga e la cassa contanti per il ristorante con chi ti stava simpatico o ti serviva o dovevi tenere buono. Un giorno ho cessato di chiedere e ho cominciato dentro di me dapprima a pretendere e poi a prendere. Già, ti ho rubato, e non puoi sapere quanto radioso sia il mio sorriso mentre te lo scrivo. Quotidianamente rubavo dalla società, sottraendo contanti.  La cosa però che più ti farà infuriare è dirti dove sono andati a finire i soldi. In maniera equa, dividendo con precisione fifty-fifty ogni prelievo, destinavo il denaro al gioco ed a persone sconosciute. Ho giocato a qualsiasi cosa tu possa immaginare, e ho inserito banconote in qualsiasi cassetta postale tu possa pensare. Questa cosa mi faceva star bene. Era il mio modo di pulirmi la coscienza e contemporaneamente punire la tua avidità. Sorridevo quando giocavo al lotto e alle macchinette mangiasoldi in quei bar dove si finge di essere al casinò e adesso la mia ultima speranza sarebbe che tu sorridessi sapendo del modo assurdo che in cui perderai tutto, ma so già che non lo farai. Non sei mai stato uno sportivo. Ho prosciugato la ditta tra mancanze di contanti per pagamenti di fatture false che mi scrivevo da sola, finanziamenti a fronte di niente, portafoglio scoperto già incassato dai clienti. Falliremo entro pochi giorni e tu sarai sul lastrico. Se solo riuscissi a ricordare a chi abbiamo regalato i soldi, magari potresti andare a richiederglieli indietro. A questo punto dovrei spiegarti la storia dell’entropia ma non basterebbe una vita, credimi.

Buona vita.

 

 

Amica mia, questa lettera è per te.

Ti lascio il mio ultimo pensiero ricolmo d’affetto, ed è il mio ultimo dono, simbolo della sorellanza sorta tra noi e di cui sarò eternamente grata a tuo marito, il mio migliore amico dagli anni dell’università. Uomo straordinario, che ha provato a rimanerti fedele ogni giorno e mi ha illuminato con i racconti pieni di vero amore su di te ed il vostro legame.  Non temere,  ho custodito gelosamente ogni confessione che tu mi hai sempre rivolto. Prima di andarmene però mi sento in debito verso di te che mi hai ritenuta degna di tanta fiducia, e vorrei saldarne il conto. Mi trovo quindi a restituirti una confidenza che inizialmente ti ferirà ma che ti aiuterà ad aprire gli occhi e procurarti l’assicurazione di giorni sereni e felici accanto all’unica persona degna di te. Ricordo come fosse ora la tua eccitazione nel narrarmi di esserti innamorata di nuovo di un uomo che ti ricambiava con la stessa intensità. Provavo tristezza invece, quando mi raccontavi  la nausea che provavi ogni volta che facevi l’amore con tuo marito per cui non sentivi più niente. Credimi amica mia, nonostante lui fosse mio amico io ero lì fra voi due e partecipavo allo scempio che sentivo nel tuo cuore e nella tua carne proprio come fosse mio. Comprendevo le tue necessità. Tu che ti sei sentita trascurata e ti sei vista trasandata e travisata nel solo ruolo di madre e non più di donna. Ma spesso si confonde una stella cadente per sole di notte. Anche io del resto, proprio come te, ti ho raccontato avere una storia “segreta” con un uomo sposato e persino padre. Ho rimesso la mia disperazione di donna fra le tue mani come se tu con queste avessi comunque riconosciuto le tue. Ho pianto insieme a te e le nostre lacrime si sono fuse. Quando poi mi hai dato appuntamento alla pasticceria del belvedere, per presentarmi il tuo nuovo amore, io vi ho scorti da lontano, e sono morta. L’uomo che si stracciava di dosso i vestiti dichiarandoti amore eterno, l’uomo che ti desiderava con ogni cellula del suo corpo, l’uomo a cui mancavi come e più dell’aria, era però il mio. Adesso il dolore entrerà in te come una fucilata, e vorresti uccidermi, ma arriverai tardi, lo sai bene.  L’unico modo che vedo al momento per farmi perdonare quanto ti ho taciuto per paura di ferirti e perderti,  è indicarti  la strada da intraprendere.  Avrei anche potuto non dirtelo ma questo è il mio ultimo desiderio e solo così potrò andarmene, sapendoti amata dall’unico uomo che ti è sempre stato fedele, tuo marito. Lui infatti era si  il mio amante, è vero,  amandomi nonostante avesse già te e tua figlia, ma alla fine sappi che non ce l’ha fatta proprio fatta a lasciarti e ha deciso di vivere lo stesso la vita accanto a te. Torna quindi felice al suo fianco, lustra i tuoi gioielli, togli la polvere dagli occhi.Lui mi ha parlato di te come un navigatore fa della stella polare. Ho visto i suoi occhi persi durante le tue assenze.  Scopava me ma amava te. Terribile non trovi? Ti ama, di un amore che ho difficoltà a riportare in parole. Nessuno c’entra niente con voi due, siete due grani di zucchero nella saliera. Quindi, cara amica, la mia eredità è questa: lascia stare il mio uomo che mi ha tradito, e torna a chi ti è sempre stato fedele. Almeno nell’anima. Sono sicura troverai felicità anche un po’ per me.

 

 

Carissimi zii,

come avrei potuto dimenticarmi. Abbiate cura di voi. Mi raccomando di frequentare sempre la palestra e cercare di non far deperire il fisico. Non leggete troppo altrimenti rischiereste di aggravare la vista che con gli anni comunque tende a diminuire. Siate felici con il vostro gatto, sul pile damascato e ricamato,  sul divano giallo in alcantara perfetta,  in quel magnifico salotto con i piatti inglesi ben ordinati dentro la credenza in radica degli anni ’80, proprio accanto al lucente tavolo ovale adorno di stupendi centrini realizzati al tombolo, e con quelle fantastiche sedie in velluto su cui abbiamo pranzato a natale previa deposizione di un tovagliolo per evitare di sporcarle.  Se tuttavia in un qualsiasi giorno di festa non doveste più trovare gli ori di famiglia che tanto amate mostrare, non pensate che sia stato qualche albanese bastardo che ve li ha sottratti. Temo di dovervi dire che è stata la vostra piccola nipotina che ha deciso di riprendersi parte delle cose che voi avete rubato a mia madre quando era ancora in vita. Pensavate che non l’avessi capito che era stato proprio il suo caro fratellino a far sparire i soldi della vendita della casa del nonno? Mia madre è morto di crepacuore per questo e io ho creduto giusto onorare la sua memoria fottendovi qualsiasi cosa di valore aveste da parte. Se non sono riuscita a far fuori tutto è solo perché la mia fine è arrivata troppo presto. Quando si dice la fortuna. Mi dispiace non avervi succhiato ogni cosa come era nel piano originale ma si vede che il vostro Dio aveva delle carte migliori del mio.  A proposito se il micio dovesse ammalarsi – visto soprattutto il fatto che è di razza certificata, e che questi non sono particolarmente longevi – non vi peritate a disfarvene perché il gesto più alto e nobile è evitare il dolore di chi si ama.  Cercate di mangiare poco e viaggiare ancora meno e non vi preoccupate di venire a portarmi un fiore sulla tomba. Capisco bene che forse questa cosa non sarà una vostra priorità.

 

Amore mio,

hai preso la seppia che tenevo in petto, l’hai rovesciata. Hai tolto l’osso che conteneva e l’hai fatta pulsare. Sono diventata una di quelle sfere a specchio da discoteca piena di mille sfaccettature luminose che rifrangono la luce altrui. Confesso di non avere alcuna voglia di andarmene, e che tu sei la cosa più bella che lascio al di qua, portandomi dietro anche il peso della coscienza di quanto tu abbia bisogno di me. Ma dimenticherai presto gran parte di questo amore. Vorrei non piantassi questi semi di zucca tra zolle straniere, ma in casa. Io ti benedirò, perché non credo proprio ci si possa permettere il lusso di essere gelosi da morti. Ho sempre creduto al fatto che tu da anni non avessi rapporti con tua moglie, non ho mai dubitato un istante di te. Devo però confessarti una cosa che sinora ti ho taciuto per paura di perderti, sperando tu possa perdonarmi. Adesso che non sarò più qui, vorrei almeno tu fossi al fianco dell’unica donna che ti è sempre stata fedele, come me e più di me nell’assenza di qualsiasi carezza.  Vorrei dirti che è tua moglie. Mi piacerebbe raccontarti la storia che lei non ti ha mai tradito nemmeno con il pensiero e che la sua confessione era solo una bugia pietose per attirare la tua attenzione, per tornare ad essere il centro del tuo universo. Vorrei tanto poterti dire che lei voleva solo sentirsi desiderata e amata da te e spesso gli esseri umani fanno queste cose sciocche e disperate. Purtroppo però lei ti tradiva con mio marito e chissà con quanti altri prima. So che vorresti perdonarla ma ricorda sempre che lei che è stata mia amica e mi ha detto ogni sua perversione ed è, credimi,  una ninfomane pazzesca. Non te l’ho mai confessato per non ferirti povero caro ma ho paura che tu abbia in testa un cesto di corna che nemmeno uno gnu adulto ce l’ha mai avuto. Tua moglie è una zoccola e se l’avessi capito per tempo forse l’avresti lasciata per sempre e questo è il mio più grande rammarico. Sai chi è allora l’unica donna che ti è rimasta fedele? Povero amore mio, ma si che lo sai anche te. E’ tua madre. Quella donna che ti ha generato e anche desiderato quando eri grande. Che ti ha toccato in modo impuro e che ti ha sporcato, è vero, ma mai tradito. Quella donna che ti ha costretto a rapporti incestuosi con lei. E’ per questo che ci siamo incontrati ricordi? Perché  anche io ho vissuto un’esperienza simile. Noi due siamo uguali. Lo psicologo che ci aveva in gestione ci aveva fatto conoscere. Diceva che eravamo patologici. Aveva dubbi sul fatto che avremmo dovuto essere lasciati liberi perché portavamo distruzione in ogni posto che frequentavamo. E noi due abbiamo voluto dimostrargli che era un inetto vivendo una storia appassionata e violenta, dopo averlo ucciso quella sera che si era deciso di chiamare la polizia. Siamo stati talmente bravi che alla fine tutti si sono convinti che fosse sparito senza lasciar traccia perché travolto dai debiti di gioco. I carabinieri hanno creduto si sia rifatto una vita a Santo Domingo. Noi sappiamo invece come sono andate le cose. Vorrei tu prendessi tutto il nostro amore e lo riversassi su tua mamma. Avrei anche potuto non dirtelo, ma questo è il mio ultimo desiderio e solo così potrò andarmene, sapendoti amato da una donna straordinaria che ti è sempre stata fedele. Sai, mi chiedo già come potrò esistere nell’assenza dei tuoi baci. Come potrò sopravvivere, come potrò stare. Insomma, come potrò.  Ricordo che all’inizio della nostra storia avevo tanta tanta paura, anche di amare nonché di essere amata, ma soprattutto di sentirmi appartenere a qualcuno. Lì non ci puoi far niente, sai. I medici dicevano che avevo problemi di personalità. Che potevo essere un pericolo per me e per gli altri ma tu non te ne sei mai curato. Ti ho accusato di non avermi dato scelta all’inizio della nostra storia, di non avermi lasciato vie d’uscita. Ero travolta dal II principio della termodinamica per cui non è vero che nulla si crea e nulla si distrugge; ogni passaggio non sempre può essere fatto all’indietro, e le rare volte comunque si deve applicare fatica e lavoro,  perdendo  qualcosa.  Quindi non accusarti di niente se non di avermi fatto nascere. Il resto è crudele entropia, e non è recuperabile.

Papà,

lascio queste ultime  righe a te che mi attendi dall’altra parte. Voglio dirti quanto t’ho amato e solo le parole scritte su questa terra riusciranno a farlo, pur non lette. Per capire quel che pensi e provi realmente devi parlare o scrivere, ed in quell’altro mondo sono certa che di fronte a te non riuscirò a proferire parola, d’altronde come in questo non vi sono mai riuscita . Come quando tu parlavi con distacco alla mamma che apparecchiava nel patio di casa di fronte all’uomo che avevi scelto per compagno, ed io avrei voluto dirti “Ci sono anch’io che ti amo”. Come quando tu mi aspettavi al casello autostradale in uno dei tuoi innumerevoli viaggi, ritenendo uno spreco allungare di pochi chilometri, ed allungarmi la mano,  ed io avrei voluto dirti “Fai qualcosa per me che ti amo”. Come quando hai venduto al robivecchi tutti i miei dipinti che avevo fatto nella nostra casa di campagna e conservato nel magazzino del tuo ufficio, ed avrei voluto dirti “Io che ti amo un giorno ti renderò orgoglioso”.  Quante cose non dette a te, ed invece usate come accusa verso gli altri uomini della mia vita. Come quando hai abusato di me, ti ricordi quel giorno in cui il tuo amichetto era in vacanza con altri della sua risma e la mamma guardava la televisione di sotto. Io pensavo fosse giusto. Credevo fosse l’unico modo per tenerti con noi e farti mollare quell’uomo che ti aveva strappato alla tua famiglia. Quando mi ha posseduto ho provato piacere. Sentire il tuo seme e pensare che avrebbe potuto crescere dentro di me e dare alla luce un mostro a due teste e quattro zampe mi ha perseguitato tutti questi anni. E quindi maledetto te, papà caro, intanto te le anticipo quelle cose di cui ti accennavo. La mattina presto, quando riesco a svegliarmi a quest’ora, ho sempre voglia di fare l’amore. Quest’ordine mi sconvolge la mente e mi fa sentire in colpa. Ho sempre fatto l’amore con lui e sentito te dentro. L’unica volta che ho ardito cercare il suo membro con le labbra, ed andare oltre, nella banalità di chiunque e qualsiasi cosa già provata,  mi ha fermato. L’ho guardata stupita, poi ammirata. Ho capito che lui era diverso da te che lo pretendevi. Ogni volta mi penetrava con le sue budella giù  fino in fondo al mio intestino, e quelle parti non sono mai state di altro uomo ed altra donna. Ma tu eri sempre tra di noi, un menage a trois che non ho mai abbandonato. Senza accorgermene sono finita a vivere una vita viziosa e piena di deviazioni non solo sessuali ma anche mentali. Se non avevo avuto un padre all’altezza e che fosse stato in grado di darmi le regole, nessuno avrebbe potuto darmene. Ho giocato a e con tutti. Ho preso a tutti quello che tu avevi preso a me nella speranza di ritrovare quello che tu mi avevi rubato. Ho tradito amiche e mariti e amanti e anche adesso che me ne vado non riesco a non far del male. E’ piu forte di me. In realtà ogni volta che ne faccio, ogni volta che ferisco qualcuno vorrei tanto poter ferire te. Uccidere la bestia che mi ha violentata per anni facendomi sperare che fosse l’unico modo per avere il tuo amore. Sei sempre stato un mostro e alla fine ne hai partorito una. Anzi due considerando che anche mio fratello è degno essere della nostra razza. Miseria e paura sono le due facce della stessa medaglia. Fanculo a tutti quei baci non dati. Come ho letto in un libro che amo, di un autore che amo. Ergo, fanculo a me ed a tutta la presunzione umana di avere sempre ancora del tempo, che equivale poi all’illusione di essere eterni. Ho ancora sul divano nello studio la scatola con i libri ordinati online alla Feltrinelli. Me ne ero dimenticata del tutto, ed ora non riuscirò a berne neppure un sorso. Accidenti a me: Flannery O’Connor e David Foster Wallace valevano pur la pena di rimandare qualsiasi progetto.

Con il cutter affilato raschio il prezzo in basso, uno è un regalo per mio fratello.  Glielo devo in fondo. La pistola infatti è sua perché è ufficiale medico della croce rossa italiana. L’ho osservato mentre la puliva ed una volta, per scherzo, mi ha mostrato come caricarla. Certo è che se avesse minimamente previsto che un giorno me ne sarei servita, non l’avrebbe neppure lasciata incustodita nel suo appartamento. Io ho le chiavi di casa sua. Da quando ha avuto un ictus, le tengo sempre in auto, pronte per ogni emergenza. E’ estremamente surreale che le chiavi che gli avrebbero potuto salvare la vita, oggi la possano togliere a me. Lui fu ricoverato all’ospedale di Bologna una mattina qualunque di giugno, dopo cinque anni di silenzioso black-out tra di noi. Quel giorno ero furiosa col tempo che era trascorso con la sua assenza, e con quello che forse avrei passato ancora senza di lui. Qualcuno mi stava strappando il piede destro, altri il sinistro, ed io lì in mezzo senza neppure un po’ di anestesia. Sdraiato e legato, in terapia intensiva,  mio fratello stava in bilico come un cuneo tra due pianure deserte dove io non potevo più correre. Lo guardavo e cercavo disperatamente la vita su quel corpo devastato dal trascorrere degli anni in piena dissolutezza ed incoscienza. Dopo tre settimane, finalmente due lacrime gialle, dense, maleodoranti scesero sulla sua guancia scavata. Gialle come la bile. Ho sempre usato gli acquarelli come fossero una tempera, li ho resi materici.  La differenza tra un disegno ed un dipinto è come quella tra due figli, inesistente almeno nelle intenzioni. Strofino i polpastrelli bagnati ciascuno su un cerchietto di colore, poi li passo su quel mio nudo a matita che ricorda Rodin. Faccio di quel corpo la stessa cosa che ho fatto col mio, inebriandolo di passione e curiosità. Dovrei forse liberarmi di questo gioco che conservo tra la biancheria, o magari citarlo nel testamento insieme ai miei colori, ma sono ancora indecisa.  Il viaggio è lungo e via di qua non potrò cibarmi delle cose di cui mi sono dilettata.

Chissà se mio padre si è inculato anche mio fratello. In fondo a lui piacevano anche e soprattutto gli uomini. Non me l’ha mai detto ma quando vedeva come mi ero ridotta vivere credo che avesse capito che quella sorte era comunque arrivata in dote a me. Come un flaneur in casa mia,  vado in giro per le stanze accompagnandomi con la tortora che dà il ritmo a tutto ciò che dovrei fare. La poiana vola continuamente nell’alto dei cieli primaverili, senza meta  in cerca di un compagno.  Il colibrì ape è l’uccello più piccolo in assoluto, ha il cuore enorme rispetto alla taglia e raggiunge 1200 battiti cardiaci al minuto. L’albatros invece può volare per sei giorni di fila senza sbattere le ali, riuscendo a dormire in volo, con le due metà del cervello che si spengono a turno.  Ma poi a sorpresa c’è il calabrone,  che  testi di tecnica aeronautica asseriscono non possa volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in proporzione alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e  continua a volare.

Chissà se tutti questi animali maschi stuprano mai le loro figlie femmine come quel bastardo di mio padre ha fatto con me.

Mio fratello ha fatto il militare in aereonautica a Pisa. La sua pistola è di fianco al  pc, nella stanza accanto. Non è facile dire addio a qualcosa che ci ha fatto star bene, anche se quel qualcosa ci ha feriti più e più volte. Voglio un po’ di musica in sottofondo. Passo in rassegna i CD nella libreria e metto su Cassandra Wilson. E’ ritenuta la più grande jazz singer vivente: quando si viaggia, meglio farlo in prima classe. Ma cosa ci fa davvero vivere, e che cosa può realmente interrompere l’esistenza, ancora non lo so. Mi ricordo quella donna dal nome francese come se parlassi delle mie unghie.  Andò a riposare nel primo pomeriggio, subito dopo pranzo e la mattina trascorsa in centro ad acquistare merce da sarta. Aveva comperato nella più vecchia pasticceria della città dolcetti a forma di topini, in cioccolato fondente ornato di zuccherini colorati. Una grande emicrania e si va a riposare. Alzata dal letto, era caduta a terra e per lo sforzo disumano di sopravvivenza si era ritrovata a nuotare nella propria pipì. Calda come tutto ciò che la stava abbandonando. I vigili del fuoco che giunsero un bel po’ di tempo dopo non fecero caso alla mano ciondolante e morbida, ancora adorna di una fede d’oro,  che strusciava sulla libreria ristretta nel corridoio nella camera, rivestita in laminato rosso chiaro mentre il suo fiore preferito era rosso scuro, quasi bordeaux, ripiena di libri di favole ed enciclopedie ma anche di due alari di ottone nero. Non fecero caso al suo abito di raso blu petrolio, elegante, minimalista, con una cerniera sul fianco lo scollo rotondo e  bottoni rivestiti sul seno, a mezze maniche perché soffriva sempre il caldo, lei che era affogata nel calore della sua pipì.  A mezze maniche di gennaio, si muore nel calore del proprio sforzo di vivere e nella propria urina.   Serena ed incredula nel suo volto adagiato sulla barella ed incorniciato dalla sua passata in velluto nero imbottito che io ho indossato fino a renderla lisa e consunta.  Ornamento che lei portava tra i suoi morbidi capelli neri ed ondulati, mentre io li tingo di castano e li torturo lisciandoli con un ferro infernale.

Chissà se anche lei era stata violentata come me da ragazzina.

Nessuno rifletté sul fatto che dovettero aprire anche l’anta semifissa che mio nonno aveva fissato pedissequamente con le viti contro eventuali tentativi di scasso, perdendo tempo e pazienza. Permettendo a me inconsapevolmente di darle l’ultimo sguardo. Di dire addio a mia madre, e crescere.

Oggi ho nella mia grande casa, uno in ogni stanza, quattro televisori. Vivo sola da anni.  Ciascuno di noi ha un modo buffo e personalissimo per scacciare la solitudine.  Quincy è uno dei miei telefilm preferiti. Era una vita che non lo mandavano in onda, e riuscire a perdermelo oggi che finalmente è resuscitato sarebbe un  vero peccato, il mio ultimo peccato in cui non cadrò, vista la quantità sinora accumulata.  Devo sdraiarmi sul divano, le domande non stancano solo l’anima.  Articoli di ogni tipo nei giornali sul tavolino di fronte a me, parole in rincorsa. Una norma del 1939 asserisce che una nave che non ha a bordo una sputacchiera è fuorilegge, mentre quest’anno a Ginevra per 16 lunghissimi minuti sono stati catturati 309 atomi di antimateria. Il giornalismo, come la vita, è assurdo e dovrebbe farci conoscere gli eventi usando sottofondi musicali adeguati e scrivendo in grassetto ove necessario. Ma tutto è caos, misurabile solo tramite l’entropia. A chi ne ho parlato di recente?! Forse a mio fratello. La pistola è di mio fratello. La pistola è sulla scrivania ed attende me. Devo necessariamente cominciare a prepararmi. Adesso però ricordo, non ne ho parlato a lui. E ricordo pure il dito medio di Galileo conservato al museo delle scienze di Firenze.

Chissà se Galileo si sbatteva le sue figlie.

Avrei voluto guardare molti più film. Mi mancano già quelli di Woody Allen che non ho avuto il coraggio di vedere. Rido mentre dico a voce alta una sua frase: morire non mi piace, sicuramente sarò l’ultima cosa che farò. Avrei voluto pensarla io, appuntarla da qualche parte e poi cercare il punto giusto del libro che sto scrivendo  da una vita, e che ora non terminerò mai. Il segreto dei libri è che hai tutta la vita per fare il primo e due anni per scrivere il secondo. Io mi risparmierò la fatica e la gioia di entrambi. Nella mia borsa  cerco il libruncolo nero completo di elastico. Quando l’apro mi salta subito all’occhio quella storia che avevo segnato per inserirla nel mio romanzo. Mi aveva colpito Liu Xiaobo,  Nobel per la Pace 2010, che ogni giorno dal carcere in cui si trova scrive una lettera d’amore alla moglie Liu Xia. Il nome di lei sembra un’estensione al nome di lui, come una filastrocca da bambini che ribadisce amorevolmente lo stesso suono.  Si incontrano una volta al mese e lui consegna a lei tutte e trenta le lettere. Si abbracciano davanti alle guardie e parlano di cose senza importanza per non essere puniti. Vorrei essere dentro quelle parole senza importanza per respirare tutto l’amore che c’è.

Non credo che Liu Xia sia però mai stata violentata.

Adesso sento che potrei finire il mio romanzo. Appoggiare la penna spuntata al mio cuore, e ricominciare a scrivere.   Avrei tanto avuto bisogni di occhi che mi guardassero in modo diverso da come sono sempre stata guardata. Quelli dell’uomo che avrei voluto amare sono occhi con cui fare l’amore. Se li avessi incontrati avrebbero avuto una trama triste da cui sarebbero partiti guizzi di luce calda. I suoi occhi sarebbero stati le prime parole che mi avrebbe detto quando l’avessi incontrato. La cornice che li avrebbero contenuti adesso contiene un’altra foto. Per molto tempo ho stretto quell’immagine al cuore, come fosse un medicinale salva-vita.  Poi l’ho girata in senso contrario, ci ho messo un foglio colorato sopra. Era quella di mio padre. L’amore non passa, semplicemente cambia direzione. Si vive e si muore ogni giorno. Io me ne vado, per l’ultima volta, ed il ricordo che lascio non potrà avere repliche, né scuse. Sono in vestaglia, una leggera di cotone comperata dai cinesi, e neppure tanto stirata di fresco. Apro l’armadio, ossessivamente ordinato, ma non trovo alternative valide ed alla fine penso che la vestaglia è la vera uniforme della mia personale rivoluzione. Lista: risotto con i funghi, pollo arrosto con patate, cheesecake freddo al naturale.  Lista: lettiera del gatto, burro, biscotti digestive, coca-cola  zero, prezzemolo, tonno, detersivo liquido, gel per bagno, carta igienica, anacardi, colluttorio (blu), acetone x smalto, sacchetti x immondizia piccoli, olio per corpo, olio di arachidi, olio di oliva, gel candeggina, prosciutto cotto x toast, deodorante spray,  olive senza nocciolo, latte intero, spritz, ammorbidente in grani, pepe nero, penne nere 0.7, nastro adesivo alto, pile AAA, balsamo, pisellini medi e piccoli, sacchetti anti-tarme, pomodoro (salsa), pesche noci bianche, insalata, crocchette per il gatto. Lista: visitare Praga, fare il corso per doppiatore, fumare uno spinello,  lanciarsi col paracadute. Quel libro è nella gabbia del canarino, quella in giunco appoggiata a terra. Non ha alcuna dedica. Lo so ma desidero comunque aprirlo e fissare le due pagine iniziali. Voglio ferirmi, chiedermi perché e non avere risposta. Piango, e mi odio quando lo faccio perché vorrei accadesse esclusivamente per le cose gravi. Ogni mia lacrima appare ai miei occhi sempre come una prostituta laida. L’ultima volta che ho pianto proprio come volevo io è stato quando è morto il mio gatto, e da allora sono sola, e piango inutilmente. Mi meraviglio che anche in questa situazione riesca a svolgere quelle funzioni, normalmente mattutine, che indicano di regola un buon stato di salute. Sapevo della defecatio post-mortem, ma di quella appena-poco-prima-della-mortem non ne avevo mai sentito parlare.  Non ho fatto le cigliette   e ho quel molare  mai curato e che è rimasto così senza il rivestimento esterno che con gli anni si era spezzato. Proveranno a rianimarmi, m’inseriranno un tubo in gola. Cerco la rubrica per il numero del dentista, il dottor Morandi: “scusi, ce la fa a darmi un appuntamento subito, prima che mi spari un colpo di pistola alla tempia?!”  L’uomo di Trieste mi rammenta quanto sia stata malata e che nessuna cura  mi ha reso finora come gli altri, normali. Sono attratta dai miei profumi, apro i tappi e mi inebrio. Quasi tutti sono a base di vaniglia, sandalo, patchouli,  legni ed incensi indiani. Il mio preferito è un flacone  ispirato agli inro giapponesi, piccoli contenitori di legno e lacca rossa che servivano per portare, appesi alla cintura del kimono, sigilli o polvere da sparo. Chissà che odore avrà lo sparo e chissà se il profumo orientale riuscirà a coprirlo. Sarà orribile la densità del sangue. “La macchia si allarga, si spande pian piano. Ma Dio, ma che strano colore quel vino”. Che bella quella  lontana canzone di Vecchioni.  Alla morte si addice il raccoglimento, la commozione, il silenzio. Per morire innanzitutto dovrei smettere di pensare, di spelluzzicare vita ricordi e giustificazioni ovunque nella mia mente. Per farcela dovrei uccidere prima il cervello, o almeno addormentarlo, e poi provvedere al resto.  Dovrei procedere in ordine e quindi colpire dapprima il cuore che genera vita,  poi la testa che la culla, ed infine il corpo che vive e basta.  Bene, adesso che ho fatto chiarezza ed ordinato il caos, posso procedere. Certo che l’entropia mi ricorda ancora una volta che la pallottola non può tornare indietro. A chi avevo accennato questa storiella che mi piace dell’entropia?!  Forse alla moglie del mio uomo, a proposito dei suoi tradimenti. O forse ai miei zii a cui ho lasciato una copia delle chiavi di casa, in caso di bisogno, o comunque per qualunque caso, ed il mio è un caso qualunque. Ingoio in me tutto il coraggio del mondo, cercando di trattenerlo,  ma sedersi di fronte ad un’arma  e prenderla in mano, sentirne il peso e la freddezza, è  un cadavere da sollevare. Non riesco a prevedere da che parte cadrà il mio, o se resterà seduto e ciondolerà solamente la mano, come in mia madre. Adesso so che la pietà è un gioco a staffetta inesorabile, e le mie bugie pietose corrono verso il traguardo.  Preparo un asciugamano ripiegato da mettere sotto il gomito per non fallire. Sono terrorizzata dall’idea che potrei ferirmi e non uccidermi.   Il computer è ancora acceso ed aperto di fronte a me, e mentre gioco ad una partita a burraco online, giocherello con il carrello della pistola. Devo anche chiudere i tubetti di tempera altrimenti si seccano e se ne dovrà buttare via un po’ prima di usarli di nuovo.  Apro la posta elettronica per vedere se qualcuno mi ha contattato, per gli ultimi saluti, anche se le lettere importanti ormai le ho consegnate stamani nelle cassette giuste. Cassette postali, righe scritte a mano, vergate firmate sottoscritte con volontà, capacità adesso svanita dal mio vocabolario. Mi ero illusa per un attimo ma quelle che sento non sono le voci dei miei morti che vengono a prendermi. Via di qua, devo andare. Devo sbrigarmi, volare via da qua. Riesco persino a distinguere alcune di quelle voci sussurrate in casa mia  appena dopo il rumore della chiave nel cilindro. Un chiacchiericcio di una dozzina di scarpe, diversamente motivate, che scivola sul mio parquet, e sono tutti fermi, in piedi,  accanto al mio divano rosso, con diversi atteggiamenti posture sentimenti, e diverse lettere in mano. Ciascuno di loro con  un’immagine personalizzata di me come defunta,  ma la medesima e  miserevole visione viva e vegeta. Ciascuno con un segreto che porterà nella tomba che ha dentro, in bilico tra la speranza di vedere ancora vita in me e vedere speranza di vita in sé. Mi spuntano la coda le zampe e persino le squame, e loro mi pestano per il mio coraggio di migrare verso l’ignoranza, ma non ho midollo né forza né desiderio per oppormi a loro.  Il mondo ha i loro occhi ed il mio volto è sporco di erba come da bambina, e così fotografo  i miei Buddenbrook all’interno dell’imbotte della porta del soggiorno, proprio sotto l’orologio che segna quasi le 23. Sorridere è tutto quel che resta da fare quando proprio manca il respiro, quando la risata si affievolisce.

Caterina II di Russia si dice sia morta per un attacco di risa.

Avevo messo così tutto bene in ordine, avevo ucciso il caos.

In quell’istante,  ho sorriso e desiderato – per la prima volta – morire anch’io.

Ma è stato solo un attimo.